Questa pagina è dedicata a tre persone per cui ho avuto la gioia di essere contattata dall'estero.

Jimmie Moglia ,che da 40 anni vive a Portland in Oregon, mi ha contattato avendo trovato su Internet un mio articolo in cui parlavo del mio liceo classico D'Oria a Genova e del prof. Emanuele Gennaro  che vi aveva insegnato storia e filosofia. Gennaro era  stato l'inventore della Pittura Filosofica su cui presentò a Milano nel '1959 un Manifesto. Moglia che aveva frequentato lo stesso liceo ma non ci conoscemmo perché  ha qualche anno più di me e soprattutto si prese la maturità a 17 anni cioè prima che io entrassi al liceo (e dato che allora i rapporti tra studenti erano comunque improntati alla timidezza e separatezza forse non ci saremmo comunque conosciuti) desiderava avere qualche testo o immagine dei quadri del professore. Pensava di riscontrarvi nella trasposizione simbolica di idee in pittura un metodo analogo a quello da lui seguito per il suo Metodo per la memoria (cui tiene moltissimo e che consiste in cartoline mentali che ognuno si costruisce ma un po' rassomigliano alle Statue nella Retorica di Cicerone, quelle che servivano a riattizzare un'idea da ricordare, nel caso di Moglia però la cerca d'immagini avviene con l'ausilio di Internet). Non mi dilungo perché su Moglia molto esiste su di lui su Internet, perché ho scritto un articolo sul Giornale il 22 luglio 2012 che lo riguarda e perché qui pubblico una "megarecensione" che ho messo a punto dopo due presentazioni che gli ho organizzato in Genova alla Berio e a Milano in Sala Merini per la presentazione de Il Nostro Dante Quotidiano (entrambe nel gennaio 2013). Ma il libro edito dalla Regione Toscana in edizione fuori commercio e quindi in cerca di un Editore che ne acquisica i diritti e lo divulghi (magari nelle scuole, il metodo per la memoria sarebbe un valido aiuto per gli studenti) ha avuto una prima presentazione nel novembre scorso alla Dante di Firenze e poi a Torino sempre in gennaio.

Dal contatto con Moglia sono nate cose belle nel senso che grazie all'interessamento dell'ex assessore alla cultura Giovanni Meriana presso Giuliano Doria direttore del Museo di Storia Naturale i 5000 acqurelli  di flora ligure della madre di Moglia (cui Meriana ha dedicato un racconto ne "Il rifugio e altri racconti" - De Ferrari Editore) verranno in dotazione al Museo stesso e potrebbe essere in programma una seconda mostra di questi dopo la prima anni Novanta. Non solo, al Liceo D'Oria sono custoditi i quadri di Gennaro e anche per lui ci potrebbe essere una Mostra dato che vi sono persone interessate e dato che a Genova vive un suo nipote ingegnere che si è già attivato in passato per un ricordo dello zio.

 

La seconda persona per cui sono stata contattata e dall'Inghilterra è una brava dottoressa Marina Larcher e l'ho messsa in contatto con chi cercava ragguagli maggiori sulla sua tesi sui mulini della valle del Nervi e sulla Colonna infame che è nella valle del torrente Nervi. La seconda tesi specialistica di laurea di Marina Larcher riguarda come riportare a splendore di fiori il Parco Luxoro, il quarto parco di Nervi, soprannominata la piccola Versailles per il fatto di avere quattro Parchi e quattro Musei. La riporto qui come è uscito l'articolo sul Giornale ma poi ritrovando la mia documentazione conto di corredarla con splendide foto messe su dischetto da Larcher stessa che mi venne a trovare a casa per farmi dono della tesi e constatai che oltre ad essere così  brava è anche una bellissima ragazza.

 

Il terzo articolo che inserisco riguarda Alberto Alberti che fondò la neurochirugia a Buenos Aires ma che soggiornò a fine Ottocento in Viale delle Palme a Nervi, allora Viale Vittorio Emanuele. Luciano Basso allora direttore alle pagine di Genova e Liguria del Giornale m'incaricò di far sapere ad un suo amico trentino, Giovanni Petrolli, in che villa del Viale avesse abitato il neurochirurgo. L'amico, fratello di un musicofilo come Basso che aveva già scritto allora  un libro su Maria Callas, in quel momento era dedito alla ricerca sull'Alberti per una ricerca di un signore argentino, Crocco.

Luciano Basso, già segretario al Secolo XIX, era arrivato allora al Giornale dove mi aveva richiamata.  Cercai, non venni a capo di nulla. Scrissi solo un articolo sentendomi un poco sconfitta. Poco tempo incontrai  per strada una mattina Eros Chiasserini, che è un appassionato ricercatore d'origine nerviese dove è tornato a vivere dopo una vita di lavoro come navigante e forse proprio questo aspetto della sua esistenza ha contribuito a far crescere in lui così tanto l'amore per la terra ferma, specie per quella dove ha la famiglia, cioè Nervi. Non solo, ha salvato il suo lavoro di ricercatore in 300 DVD: immaginatevi la mole della sua ricerca così puntuale, appassionata per i luoghi e la storia, precisa.

Chiasserini con un'ottima ricerca ha fatto sapere ai bambini di Quinto e Nervi, parlandone nelle scuole e con ricchissima documentazione, i loro omonimi tra gli antenati che furono fatti schiavi nelle incursioni dei Turchi a Nervi. Quella mattina gli chiesi come sarebbe venuto a capo lui di quella mia antica ricerca. "Semplicissimo - mi rispose -. Lei mi ha detto che Alberti nel 1896 ebbe una figlia, Laurita, allora le donne partorivano in casa e le basta andare all'anagrafe storica che è qui in Nervi".

Seguono vari sviluppi alla ricerca e il commento al libro di Giovanni Petrolli sull'Albertie alla domanda dove avesse lavorato a Nervi sta per rispondere lo psichiatra Paolo Peloso (v. Pagina Cultura e sociale "Al Lyceum un libro importante: Storia della psichiatria a Genova").

Il Nostro Dante Quotidiano - 3500 modi di cavarsela con Dante 

di Jimmie Moglia

Il Nostro Dante Quotidiano - 3500 modi di cavarsela con Dante  di Jimmie Moglia, maturità a 17 anni al D'Oria nel 1957, è un dizionario di altrettante citazioni dantesche, pubblicato  nel novembre scorso dalla Regione Toscana (Edizioni dell'Assemblea). La novità (c'è stato infatti ad inizio '900 un altro dizionario che alcuni studiosi ricordano) consiste nel fatto che per ogni celebre frase di Dante l'autore studia l'uso da farne: nelle nostre giornate in ufficio, a scuola... Un suo precedente testo di successo Your Daily Shakespeare (www.yourdailyshakespeare.com, 5000 i visitatori mensili del sito) è concepito nello stesso modo con frasi celebri tratte dal drammaturgo inglese. Il "Dante", più di trecento pagine, è costato al Moglia due anni di lavoro, "Shakespeare", volume di più del doppio, ben  dieci e reca come sottotitolo: "An Arsenal of Verbal Weapons to Drive your Friends in Action and your Enemies into Despair" (= "un arsenale di frecce verbali per guidare gli amici all'Azione, i nemici alla Disperazione"). Non a caso Giuseppe Benelli, presidente della Fondazione del Libro Città di Pontremoli, nonché ordinario di Filosofia del linguaggio all'Università di Genova, definisce questo libro: "Nuovo, originale, pragmatico, funzionale".

Perché? Per spiegarmi descrivo l'inizio delle Voci analitiche di "NDQ", in cui la prima consistente, che ha dodici declinazioni, riguarda l'amore: "amor, a prima vista che al cor gentil...", "amor, a prima vista dal primo giorno...", "amor razionalizzato...",  "amor complimento..." e così via. Subito dopo troviamo la voce "Anatomia, le parti basse" con riferimento a Dante (Pur. XXV, v.43): ...scende ov'è più bello /tacer che dire". Il consiglio d'uso riguarda quando si è in imbarazzo a palesare un qualche disturbo personale come fece il segretario del Conte Rabatta, segretario a sua volta dell'Arciduca d'Austria (1665), che così giustificò con il Nunzio Apostolico a Innsbruck la ritardata partenza del conte: "affetto da sconcerti di stomaco e disarmonie intestinali". A lui, Moglia attribuisce, divertendosi e facendoci divertire, "l'Oscar della discrezione in materia". Già da questa voce risalta una sua passione storico-filosofica, molto coltivata ed approfondita, che gli permette di ridarci  aneddoti dei secoli passati come pure ci permette incursioni più concettuali. Ci rimanda alla sapienza da "calepino" come definisce la propria caleidoscopica e affascinante cultura di fatti e persone Paolo Granzotto, "figlio d'arte" di un grande giornalista, quel Gianni Granzotto che in Tv parlando sempre con una penna in mano ha fatto scuola di stile.

Cito un'altra voce, "Mussolini uomo della Provvidenza", in cui il Consiglio d'uso per qualche nostalgico ci ricorda una delle profezie di Beatrice. Vi annunciava un messo di Dio che avrebbe messo ordine al carro della Chiesa, indicandolo con le cifre  "cinquecento, diece e cinque", in latino "DXV", da cui adulatori del regime fecero venir fuori "DUX". E' una divertente sorpresa scorrere le voci moderne dell'indice analitico: "magistrati", "Berlusconi", "antiberlusconismo", tenendo però conto che Moglia vive da  più di quarant'anni, da quando si laureò in ingegneria elettronica, a Portland in Oregon e poco sa davvero di noi.

Una voce "prigionia" ci dà l'unica nota autobiografica, dedicandola al nonno Dante quando, dopo il ricovero per una polmonite alle Molinette di Torino (città natale dell'ingegnere), disse venendone fuori: "...e quindi uscimmo a riveder le stelle". E' sempre un gioco ad incastri poter ricostruire la personalità dell'autore di un libro, in questo caso lo si può fare attraverso i "Consigli d'uso" o alle voci riferite al contemporaneo dell'Indice.

Voglio solo ricordare che a Genova, alla Berio, lo ha presentato Francesco De Nicola con una lezione magistrale su Dante. Ha apprezzato i tanti spunti umoristici di "NDQ", le osservazioni acute, ma ha anche detto: "E' davvero troppo l'aver definito Dante, 'platonico boy friend' di Beatrice", (v. p. 23 alla voce "Amicizia profonda".

E' uscito sul Giornale del 21 maggio 2013 per "Album" una recensione di Luca Doninelli su Inferno, best seller di Dan Brown (Mondadori) come già un successo editoriale è stato il suo Codice da Vinci. Brown fa di Dante un personaggio da spy story e Doninelli osserva che forse sbagliamo noi a continuare a santificare Dante e Leonardo ed altri. "Se vogliamo salvare la nostra letteratura - dice - è tempo di toglierla dalle teche e dagli altari dove l'abbiamo collocata, perché ogni celebrazione, Benigni incluso, è solo una lapide in più, una piccola lapide italiana. Se la nostra letteratura è grande resisterà alla sfida globale: straziata, fraintesa, malmenata, uscirà comunque vincitrice". Sarà cioè letta nel mondo, dalla Cina (dove ha constatato che Dante è ben apprezzato), fino agli ucraini, filippini, peruviani. E chiedendosi perché Dan Brown parla sempre dell'Italia, si risponde: "E' necessaria al mondo. Tutti lo sanno, meno noi italiani". Mi sono un po' dilungata su questo articolo di un ottimo ed originale saggista, non a caso: dalla Regione Toscana chi ha curato l'edizione di "NDQ" ha chiesto a Moglia di scrivere ora "un pamphlet su Dante". La genialità italiana, cui accenna Doninelli, è anche presente nei testi e nelle intraprese di Moglia, che ritiene Dante e Shakespeare "due contemporanei del futuro e classici di sempre". Ciò che ha scritto su di loro, però lo ha sempre considerato  nell'ottica di "sue credenziali" per divulgare il metodo mnemonico che ha ideato con le Mnemonic Frames: le citazioni servono solo se, memorizzandole, si usano quando servono. Moglia di Dante conosce trecento citazioni a memoria, di Shakespeare quattrocentocinquanta. Questo suo metodo, da italiano di buon cuore, lo sta sperimentando (asserisce che funziona) insegnando da volontario a Portland in corsi per bambini di colore o figli d'immigrati.

-Il metodo mnemonico: basta legare la citazione (o la notizia storica) ad un'immagine, da noi scelta  su Internet. E' un coniugare umanesimo (Cicerone, Quintiliano, Giordano Bruno, ecc., approfondite le ricerche dell'ingegnere su questi autori) e tecnologia avanzata. Moglia ha combinato le componenti di software che permettono a chiunque di creare il proprio portafoglio estetico e motivante di "Quadretti Mnemonici". Motivante e soprattutto divertente. "Non c'è apprendimento senza divertimento" non si stanca di  ripetere citando la traduzione di una citazione di Shakespeare da "The Taming of the Shrew". Una coincidenza , ormai già "storica" con il metodo mnemonico,  è stata per Moglia  ripensando al D'Oria e ad Emanuele Gennaro, docente di filosofia nel corso C, inventore della pittura filosofica (Nascita della pittura filosofica, Paideia, 1958, testo reperibile alla Berio) in cui il professore-pittore insegna a trasporre un'idea in immagine pittorica. Il suo metodo mnemonico si avvale di  un procedimento simbolico simile; non solo, anche l'amore di Moglia per la letteratura è stato suscitato a suo tempo al D'Oria dal suo professore di lettere Mario Puppo: frequentava il corso B ed ebbe per storia e filosofia Galimberti. Anni dopo, avendo ritrovato a Portland un libro di Puppo, si rimise in contatto con lui, con reciproca gioia. Per inciso, Moglia è fiero di una sua biblioteca personale con testi antichi e di pregio.

In breve alcune notizie sulle sue "intraprese".
- Il primo impiego, da ingegnere a Portland, riguardò ricerche sul suono, scelto a tal fine per la sua conoscenza musicale: dopo la maturità, prima della laurea, aveva sviluppato un sound estratto da motivi western, vincendo come cantante chitarrista con il nome Jimmie Robin (nome di battesimo Adolfo) due concorsi in Liguria  e un Premio Portofino. Si esibiva in crociere come country & western singer. Alla presentazione di "NDQ" a Milano, in Sala Merini della Provincia, interrogato su ciò e sull'amico Gaber, il signor "G" (con cui aveva suonato), da una professoressa di Livorno (iscritta al Cnadsi - Comitato nazionale difesa scuola italiana), le rispose: "Gli 'americani' erano ben pagati,  mi davano cento dollari, un aiuto per me studente".

- Moglia nella multinazionale Fortune 500. Diventò International Marketing Manager e vedendo la montagna di carta che si sprecava stampando per trovare un errore, adattò una macchinetta sparaproiettili (messa a punto da un vecchietto geniale che abitava in una foresta nell'Oregon del sud), per re-inchiostrare la cartuccia delle stampanti. Il costo era un terzo di quanto in commercio. Questo  marchingegno "The Original McInker" gli guadagnò un articolo sul New York Times.

- Moglia imprenditore: ha fondato la Computer Friends.

- Moglia e la lettura attiva, (quella veloce secondo lui è una bufala non facendo ritenere l'importante di ciò che si legge). A tal fine ha messo a punto un'altra macchinetta che rilascia post-fix colorati a margine di un libro per individuare e ritrovare subito ciò che si vuol ritenere, catalogando già alla prima lettura quanto serve alla riflessione, all'estetica, all'umorismo...

Tornerà Moglia da noi a presentare il suo NDQ? Da edizione fuori commercio della Regione Toscana, sta cercando un editore che la commercializzi. Per l'occasione ha escogitato un sistema che permette di connettere l'NDQ all'Internet e al "Quadretto Mnemonico" della citazione che si vuole ricordare. Basta avere il libro (ed ora in Genova se ne trova copia alla Berio e alla Biblioteca Libri ex Allievi del D'Oria) ed avere un I-Phone o equivalente telefonino multi-funzionale.

- Forse Moglia tornerà per presentare il "pamphlet su Dante" che alla Regione Toscana chi è stato in contatto con lui gli ha richiesto di scrivere (ormai vedere Dante in modo diverso fa scuola e non c'è solo Dan Brown). Programmi del futuro da non disvelare troppo per non essere "scippati" come sosteneva lo scrittore Giuseppe Berto perché da noi a divulgare in anticipo un'idea subito qualcuno la copia.

- Forse per presenziare alla Mostra che si farà al Museo di Storia naturale dei 5000 acquarelli dipinti dalla madre Luisa sulla flora ligure, volendo emulare il botanico Gismondi dell'Ottocento (anche lui autore di 5000 tavole floreali). Il tramite con Giuliano Doria, direttore del Museo e fratello del nostro sindaco, è stato Giovanni Meriana già assessore alla cultura che dedicò alla signora Moglia, sua collega a scuola, un ricordo in  Il Rifugio e altri racconti (De Ferrari Editore) e una prima Mostra, lei ancora vivente (anni Novanta). L'ultimo dialogo di Luisa Moglia, amante del bosco dove portava i suoi allievi con grande apprensione di alcuni genitori (ma ce ne fossero d'insegnanti come lei o come il professor Di Nardo che alla domenica conduceva gli allievi a conoscere le bellezze dell'entroterra ligure), è stato ascoltando Ravel, caro ad entrambi.  Luisa Moglia, amante delle filosofie di Kant, Zeno, Diogene, Bertrand Russell e, naturalmente, Platone (su uno dei Dialoghi del quale era orgogliosa di avere scritto un saggio)  da madre ha saputo infondere al figlio "scintille" culturali.

                            Maria Luisa Bressani

 

 

"L'università ed io" di Jimmie Moglia

La storia comincia un po’ prima. Ai tempi del liceo (Doria), il governo italiano aveva fatto spargere la voce che l’Italia aveva bisogno di tecnici. Ed io, con un’ingenuità che adesso mi sembra abissale, ci ho creduto e mi sono iscritto a ingegneria.

A dire il vero, c’erano anche motivi che oggi si definirebbero ‘collaterali’ e (spero) perdonabili in un diciassettenne.

Gli studenti d’ingegneria passeggiavano per via XX Settembre con il regolo nel taschino della giacca. Era uno ‘status symbol’, un emblema di rango. Un po’ come i nobili del ‘600 che avevano il diritto di tenere il lato del muro quando incontravano un plebeo che veniva dalla parte opposta.

E poi c’era il titolo. In un paese dove pochissimi non erano dottori, la qualifica di ingegnere aveva dell’originale, del differente e quasi dell’elegante.

Durante un intervento tonsorio, in risposta a una domanda del barbiere su cosa facevo, risposi che studiavo ingegneria.  Seduta stante, il barbiere mi investì del titolo. Da allora in poi mi si rivolse cosi’, sia all’ingresso che alla mia uscita dal negozio.

Ma la vanità è giustamente punita. Come ingegnere non ho mai lavorato in Italia. Arrivato in America scoprii presto che un ‘engineer’ e’ al massimo un conduttore di locomotive quando non proprio un tranviere. Professioni oneste e onorabilissime, ma il termine e’ ben lontano dal produrre l’effetto olimpico del titolo italiano.

Infine c’era l’etimologia. Un ingegnere è un portatore di ingegno e ‘ingegno’ riporta, quasi involontariamente, a ‘genio’. Per carità, sapevo benissimo di non essere un genio, ma quell’involontaria assonanza funzionava da assicurazione. Assicurazione di una non-totale assenza (di almeno un pizzico) di genialità, senza necessità di altre dimostrazioni.

Al contrario, per esempio, di Perpetua, la quale, trascurata la homeland security di Don Abbondio, dovette dimostrare ad Agnese che era stata lei, Perpetua, ad aver respinto le offerte matrimoniali di Beppe Suolavecchia ed Anselmo Lunghigna, e non viceversa.

Il primo ostacolo nella scala del Purgatorio accademico era l’esame di geometria analitica e proiettiva. Teneva il corso il Prof. Eugenio Togliatti, fratello di Palmiro. Il quale Palmiro, oltre a essere il capo del partito comunista piu’ importante d’Europa, era stato persino il segretario di Stalin. Mi sembrava di essere entrato nella storia per sbieco. Un po’ come Renzo che, dopo i fatti di Milano, si trovò coinvolto senza volerlo nei bisticci tra la Spagna e Venezia.

Un recente evento mi ha rinfrescato il ricordo. David North è il leader del meno ignoto partito socialista americano. E’ un intellettuale, autore di vari libri e direttore del giornale in rete WSWS (World Socialist Web Site). Dopo una conferenza, qui a Portland, sull’incostituzionalità delle guerre americane ci furono le presentazioni. Avendogli detto di essere d’origine italiana, la reazione di David North fu, “Ah, Togliatti.”

Nel 1994, tramite il “Freedom of Information Act”, e’ stato rilasciato un documento redatto nell’immediato dopoguerra e intitolato, “Conseguenze di una vittoria legale dei comunisti in Italia.” Gli americani avevano due contromisure in mente. La prima era la forzata secessione della Sicilia e della Sardegna (presumibilmente con l’assistenza della Mafia), nonché massicci interventi per finanziare il terrorismo nella penisola.

Il piano numero due era semplicemente la falsificazione dei voti.

Ma non era necessario e dimostra che l’amministrazione americana non aveva capito l’Italia. Come osservava Montanelli, i comunisti italiani sapevano benissimo che in un regime comunista era come vivere in un convento o in una galera. Ma una volta al governo, avrebbero prontamente convertito il convento in un bordello e la galera in una balera.

Il Prof. Togliatti era la personificazione dell’ordine, della compostezza e dell’austerità. Piu’ che settantenne, aveva portamento eretto, sguardo severo, capelli bianchissimi, barba ben curata ed altrettanto bianca. Un personaggio che rifletteva perfettamente la descrizione del giudice in “As You Like It” di Shakespeare. “With eyes severe and beard of formal cut.” (con occhi severi e barba curata a norma). Va peraltro aggiunto che il Prof. Togliatti non aveva niente a che fare con la politica.

Per la primavera il corso prevedeva il trattamento matematico delle quadriche. Le quadriche sono forme geometriche tri-dimensionali tra cui gli ellissoidi, i paraboloidi, gli iperboloidi etc. Una descrizione riduttiva suggerirebbe le uova di un dinosauro affetto da gravi disfunzioni genetiche.

Il lunedì prestabilito il Prof. Togliatti entra nell’aula tenendo in mano un ellissoide di gesso bianco. Lo segue il bidello che spinge un carrello a due piani. Il carrello è pieno di quadriche, sia quelle regolari citate che altre eccentriche di nome, di forma e di aspetto.

L’impeccabile portamento del Prof. Togliatti era un po’ fuori carattere con quell’ellissoide tenuto in fronte alla barba. L’immagine aveva una certa carica umoristica, ma la classe era un buco nero di austerità, da dove neanche un sorriso poteva scappare.

Al termine della lezione il bidello riportava carrello e quadriche nel laboratorio dove rimanevano sotto chiave per le altre 51 settimane dell’anno.

La lezione successiva era di Analisi Algebrica. Il docente, Prof. Stampacchia, era l’opposto assoluto del Prof. Togliatti. Napoletano e tale di modi e di accento, possedeva le istintive qualità oratorie del proprio genus, ivi incluso l’efficace uso di arti e muscoli facciali per trasmettere informazione.

Il Prof. Stampacchia sale sul podio, allarga le braccia, estende le mani, piega la testa un po’ da un lato e guarda verso l’alto. E’ gesto che indica filosofica rassegnazione all’ineluttabile marcia del tempo e all’inevitabile ciclicità di certi eventi. “Deve essere Pasqua – dice – perchè ho appena visto Togliatti con le uova.”

Il secondo difficile ostacolo del biennio era Fisica. Il docente, Prof. Pacini, era anche noto per essere stato candidato comunista nelle elezioni del sindaco di Genova.

Le lezioni del Prof. Pacini erano un misto di scienza e filosofia. Per esempio, uno studente era prelevato dagli spalti e fatto accomodare nell’arena su un alto sgabello da bar ma girevole. Il volontario teneva due pesi, uno per mano, e Pacini gli dava una spinta. “Estenda le braccia” – gli diceva – e la rotazione rallentava. “Tiri dentro le braccia” – e la rotazione accelerava. “Signori – diceva il professore alla fine – vi ho dimostrato il principio della conservazione della quantità di moto.”

Le lezioni non mancavano di interesse, ma avevano un difetto. Non avevano

quasi niente a che fare con le domande che venivano poi poste all’esame.

Gli assistenti facevano tutto meno che assistere e i pochi testi erano scritti per non essere capiti. Per cui gli esami erano un’ecatombe. In un libro scritto da Marta Boneschi e intitolato “La Grande Illusione – i Nostri Anni Sessanta” si legge a pagina 325, “… nel Febbraio ’61, a Genova, l’esame scritto di fisica alla facoltà di ingegneria chiude con un bilancio di 4 promossi su 248 iscritti.”

Nel libro la colpa viene attribuita alle strutture, ma dissento. La soluzione dei 244 e di tutti gli altri bocciati di quel tempo era semplice. Si trasferivano all’università di Pavia per passare l’esame di fisica, dopodiché ritornavano a Genova per continuare i corsi.

Allevato ad avere illimitato rispetto e fiducia nell’autorità, mai mi immaginavo che il Prof. Pacini mettesse me e cosi’ tanti altri in una situazione impossibile. Anch’io fui uno dei 244. Anche se poi non mi trasferii a Pavia e passai l’esame la volta successiva. Ma ancora non mi sento di provare indulgenza per chi mi ha fatto perdere tanto tempo, inutilmente.

Abitavo con mia madre nell’appartamento al sesto piano di un palazzo costruito sulla ripida collina che da via Bobbio sale fino al Righi. Si poteva accedere al palazzo tramite un corridoio che conduceva alla lunga e ripida Scalinata Montaldo.

Affacciata sullo stesso corridoio era rimasta miracolosamente intatta una casa d’antan. Avevano un gatto e, felinofilo fin dall’infanzia, mi fermavo ogni tanto a fargli qualche complimento quando era fuori. Lo avevo chiamato ‘Codone’ per via della curiosa coda monumentale.

La sera del débâcle in fisica ero andato in camera mia. Meditavo e mi chiedevo se non avessi sbagliato studi e se me la sentivo ancora di continuare. La colpa in fondo era mia per aver perso tanto tempo inutilmente. Insomma, ero molto depresso.

In quel momento sento un miagolio arrivare dal pianerottolo. Apro la porta, è Codone. Entra con la familiarità di chi in quell’appartamento ci abita e si dirige verso camera mia. Salta sul tavolo, si mette a fare le fusa ed eseguisce il suo repertorio di piccoli gesti di amicizia ed affettuosità.  Impossibile non sorridere e dimenticare, almeno per un po’, le vicissitudini accademiche.

Come quel gatto sia riuscito ad intrufolarsi nel palazzo, salire le scale fino al sesto piano, individuare l’appartamento giusto, farsi aprire e immediatamente dirigersi verso la mia camera era ed e’ rimasto un mistero. L’episodio non fu mai piu’ ripetuto. Non ho altra spiegazione che il gatto voleva tirarmi su di morale e ci riuscì.

Il che ha confermato la mia convinzione che certi cosiddetti animali sono piu’ umani di certi cosiddetti uomini.

Tutto questo è successo molti anni fa. Nella memoria l’università è rimasta com’era, quasi una camera sigillata, arredata dal passato, immobile, piena di silenzio. Il ricordo è indelebile, ma i tempi sono lontani e drammaticamente diversi da oggi. Tanto che, a ripensarci, mi sembra quasi che a vivere in quell’epoca non sia stato io, ma un anonimo altro che annotò i suoi ricordi e di cui ho ritrovato e redatto il manoscritto.

Di conseguenza, se a qualcuno dei 25 (o meno) lettori la storia non è dispiaciuta, spero che anche lui voglia un po’ di bene a chi l’ha redatta. Se invece l’ho annoiato, lo assicuro che non l’ho fatto apposta.

Jimmie Moglia

Portland, Oregon

 

 

Sono convinta che un  autore è sempre meglio se si presenta da sé e quindi mi è piaciuto riproporvi i ricordi d'Università dell'ing. Moglia che sono comparsi in tre parti sul Giornale (pagine di Genova): la prima sotto "Testimonianze" l'8 agosto 2012, la seconda e la terza poco dopo sotto la rubrica "Cose perdute", ideata da Massimiliano Lussana e che ha avuto tanto successo che subito Il Secolo XIX l'ha imitata.

Aggiungo ora alcune foto riguardanti l'ing. Moglia quando suonava e cantava con il nome di Jimmie Robin (con Gaber e alla Bussola dove fa ciao con la mano) e con gli animali che ora fanno parte della sua vita in Oregon, dove potrete notare la gattina che come mi ha scritto si chiama Chavette con nome tratto da Shakespaeare o gli orsetti lavatori (raccoon= procioni) che gli fanno visita all'ora dei pasti o un'aquila nei dintorni di Portland. Allego anche un acquarello della sua mamma.: il tasso barbasso.

  

In memoria di Emanuele Gennaro: un libro postumo.

A cura dell'Ecig (Edizioni culturali internazionali di Genova) escono postumi i "Frammenti sulla morte" di Emanuele Gennaro, a lungo professore di storia e filosofia presso il liceo classico D'Oria e inventore della Pittura filosofica, che teorizzò nel Manifesto del '59, presentato a Milano.

Nelle riflessioni del piccolo-prezioso libro risaltano due categorie a "rischio" di fronte alla morte: gli imbecilli che non vogliono pensare ad essa, i giovani che credono non li riguardi.

Partendo dal filosofo Cournot, che in un trattato del 1861 consigliò di non parlare della morte né ai principi né ai popoli, Gennaro precisa che nonostante il dominio degli imbecilli nelle due categorie citate, tuttavia non ci si guadagna a fare gli struzzi davanti alla morte, dato che tutti dobbiamo morire. Con un guizzo della sua consueta ironia conclude: "nel caso degli imbecilli la disgrazia non è la loro morte, bensì la loro nascita".

Quanto ai giovani il professore, dopo aver assimilato alcuni divertimenti moderni come l'alpinismo o il paracadutismo agli antichi tornei, conclude che "in tutte le epoche c'è stata morìa di giovani per imprudenza, gusto del pericolo, stupidità - in ultima analisi - per eccesso di salute e forza". Sottolinea anche l'acquiescenza  passiva nel farsi mandare a morire in guerra (increduli fino all'ultimo istante).

Quindi fa intrecciare il pensiero della guerra con una riflessione sul "culto della morte", comune ai militarismi di tutto il mondo. Insito soprattutto nella tradizione germanica, guerriera e barbarica, da Sigfrido ad Arminio, fino agli Hoenzollern ed alle SS. Insito pure in un'altra cultura guerriera, quella nipponica.

E subito dopo l'amara e penetrante constatazione, Gennaro precisa che a lui interessa solo l'impianto positivo della vita dalla nascita alla morte.

Molti suoi pensieri appaiono veri "flash" di vita, anche vita privata dove campeggia la figura dell'amata consorte Marguerite. In questo modo il filosofo è tolto dalla sua separatezza intellettuale e, attraverso la quotidianità, diventa amico saggio ma non pedante per i tanti.

Però se il professore ha goduto vasta stima tra studiosi di tutta Europa, è per quel lavoro intellettuale, impiantato su salde radici di cultura, cui questi pensieri ci rimandano con puntualità.

Basta cogliere quella frase "homo homini lupus" (di Hobbes, 1600 d.C.) che - secondo Gennaro - è un modo di far torto ai lupi molto più pacifici degli umani. Ha svolto lo stesso tema amapiamente in un saggio "Violenza e Giustizia", pubblicato dal Quadrivium nell'80.

Alla fine di quelle pagine, pose una domanda provocatoria sulla svolta benefica che la religione cristiana oggi potrebbe imporre al genere umano. Scrisse allora parole quasi profetiche, queste: "Come la chiesa ha voluto sostenere la difesa della vita contro l'aborto, così a me sembra che, a maggior ragione, dovrebbe prounciarsi contro le polemiche sopraffattorie tra Stati e Partiti, contro criminali e terroristi, contro tutti coloro e contro quelle cose che minacciano e distruggono la vita dei nati, dei giovani, degli adulti, di qualunque persona.

Maria Luisa Bressani

 

Frammenti sulla morte di Emanuele Gennaro

Tesi specialistica di Marina Larcher dedicata al restauro Parco Luxoro

Il Giornale, martedì 13 settembre 2011

            

Diceva Mons. Andrianopoli, direttore de Il Cittadino di Genova dal dopoguerra all'avvento del centro sinistra: "In politica si può essere onestamente di idee diverse". Prendo spunto da lui perché l'ing. Moglia (che pure non si definisce uomo di sinistra almeno quando era giovane e viveva in Italia) e Marina Larcher non condividono le mie simpatie che vanno a Berlusconi come pure alla Lega, il più interessante fenomento politico - secondo me - insieme a FI e al PDL in contrasto con i partiti tradizionali e anche con l'avventurismo senza proposte dell'odierno Movimento cinque Stelle.

L'ing. Moglia per altro sostiene di rispettare le idee politiche altrui perché nascono da una formazione nel tempo che avviene come per tanti fili d'Arianna lanciati nel labirinto della nostra personalità. Ritengo qui di dover aggiungere una recensione che a suo tempo rimase non pubblicata e che però illumina su quale sia l'immagine di noi che viene data all'Estero e quanto sia falsa e spesso faziosa.

Non solo, per affinità di nome dopo questa riporto la rencesione al libro di un altro Galardi che lessi mentre mi trovavo per fare degli ultrasuoni in una sala d'aspetto e ritengo sempre quanto mai mortificante e una perdita di tempo (quando non si stia troppo male) eseguire le prescrizioni del medico ( che ha anche il vizio di prescrivere sempre troppe analisi, per cui invecchiando o si vive o si passa il tempo negli studi medici e nelle anticamere ospedaliere). Sarà forse per questo che quel secondo libro su Il cliente non ha sempre ragione mi parve quanto mai gradito e di piacevole e veritiera lettura.

Dalle  Lettere da Caracas (Edizioni Aristofane 2009) di Mario Galardi (marzo 2006): “Da che parte stare? Da una parte ci sono Di Pietro e certi magistrati, che interpretano la funzione giudiziaria in base al proprio credo, ostili verso gli avversai e indulgenti verso chi gli è amico. Dall’altra c’è Forza Italia il cui leader, sotto assedio giudiziario da più di un decennio, sostiene la separazione delle carriere nella magistratura... Da una parte c’è Prodi, che ha costruito la sua notorietà vendendo le società dell’IRI. Dall’altra c’è Berlusconi, che ha costruito le sue fortune edificando la più bella città residenziale italiana e creando dal nulla un gruppo imprenditoriale che oggi dà lavoro a più di cinquantamila persone...” A Genova, dopo la svendita dell’Italsider e lo “spezzatino” Ansaldo, ogni ingegnere di vecchia data concorda con queste parole della quinta lettera (delle 85) con titolo “Promemoria per gli indecisi”. Potrebbe ora sembrare formalmente vecchia perché il governo Prodi è caduto, FI è diventata Popolo della Libertà, ma non lo è sostanzialmente se di Pietro imperversa tuttora..., ecc.

Una delle ultime lettere della raccolta, marzo 2009,  denuncia i guasti del comunismo (sono immarcescibili) per i Paesi che dopo l’attuale crisi del capitalismo fossero tentati da derive centraliste. Esempi lampanti dalle ultime roccaforti comuniste, Cuba e la Corea del Nord: il PIL pro capite ha fatto arretrare l’una al 21° posto in America Latina  (era al terzo), per l’altra si è ridotto ad un ventesimo di quello della Corea del Sud.

Le Lettere risultano non solo piacevoli, anche assai didattiche focalizzando problemi  attuali con esemplare chiarezza, di esposizione e di pensiero. Attaccano cattivi maestri che ci vorrebbero figli dell’Islam rinnegando la nostra tradizione di Occidente liberale e cristiano come espresso in un’intervista alla CNN dal sociologo argentino Dussel. In tema di televisioni c’è la condanna di RAI International che non fa altro che propaganda della sinistra.

Le lettere esplorano le cause dell’ultima crisi economica del capitalismo, raccontano soprattutto di “Italiani all’Estero questi sconosciuti”, grande risorsa anche per la madrepatria con l’imprenditorialità, con l’interscambio nell’industria, nel commercio e nel turismo.

L’autore, Mario Galardi, nato a Chiavari, per trent’anni dirigente nella Olivetti in Spagna, Portorico e Venezuela, nel ’90 è stato nominato Presidente e Direttore Generale di Olivetti Venezuela. Risiede a Caracas da dove ora svolge attività di editorialista politico dopo aver esordito nel 2006, quando gli italiani all’estero ottennero il diritto di voto, su giornali on-line e su www.italiachiamaitalia.net; nel 2008 è stato candidato per il PdL nella circoscrizione America Meridionale.

In quelle elezioni i partiti del centro destra, presentandosi separati, poiché per l’estero non era previsto premio di coalizione, pur con più voti

complessivi persero rispetto all’Unione che si presentò compatta. Nel marzo 2008 è stato candidato al Senato per il PDL nella circoscrizione America Meridionale. Un libro da assaporare, dove una lettera "Meglio osservare la cometa di Holmes" ci apre all’infinito del cielo stellato. Una delle passioni dell’autore è l’astronomia e il VERY LARGE TELESCOPE uno dei più grandi telescopi nel mondo (Cile) è stato costruito  dall’Ansaldo confermando la bravura degli italiani di cui parla l'autore.

Lettere da Caracas di Mario Galardi

Alberti fondatore neurochirurgia a Buenos Aires

Il Cliente non ha sempre ragione di Fernando Galardi

Il Giornale 8 febbraio 2012

Fernando Galardi ha fatto suo un detto: “Un italiano = un poeta. Due italiani = una discussione di calcio. Tre italiani = tre partiti”. Quando, pur ingegnere,  si trovò a lavorare in un negozio di “Fotografia–Alta Fedeltà”, dove vendeva radio, Tv, macchine fotografiche, si convinse che “l’Italia con tante teste che ragionano autonomamente è un ‘miracolo’ per come riesce a funzionare ed a progredire”. Su quell’esperienza –anni ’80- per Natale ha pubblicato Il cliente non ha sempre ragione, (www.graficherotomec.it, Chiavari). Di quel negozio dove passavano almeno 100 persone al giorno racconta  scontri e incontri con “la massa” dei clienti.

Alcune costanti. Come molti altri quel negozio funzionava anche da ufficio informazioni e, nonostante l’insegna, gli sono state chieste le cose più disparate: perfino 2 metri di catena per lampadari a gocce quando nemmeno immaginava che avessero una catena propria. Altra costante: il cliente cerca sconti con ogni pretesto. Valga per tutti la scanzonata disinvoltura di un ragazzo che chiede il prezzo di una pila da 9 volt e alla risposta: “3.500 lire”, chiede se può averla per 3mila. Quando si sente dire di “no”, sbotta: “Peccato! Mi è andata male”.

Un altro atteggiamento, tutto italiano, è di non leggere mai il manuale d’istruzioni. A casa ciascuno si mette a sfrugugliare sull’oggetto acquistato, premendo i pulsanti per intuire a cosa servono, per poi tornare al negozio: “E’ più semplice se me lo spiega lei”.

“D’altra parte i manuali sono tradotti dall’inglese che a sua volta traduce il giapponese - commenta Galardi- e per un’auto appena acquistata trovò scritto: “Prima d’inserire la marcia deprimere il pedale della frizione”.

Nel libro anche alcuni consigli di cui tener conto: dalla convenienza ad acquistare macchine per foto all’estero, dove la tassazione è inferiore, agli impianti HI-FI per cui si deve considerare che comprandoli nei supermarket si risparmia ma non è compreso il montaggio da saper eseguire da sé. Sull’orario continuato per i negozi (una delle liberalizzazioni in attuazione) vale questa riflessione: “E’ una direttiva dei sindacati che con il trucchetto credono di aumentare i posti di lavoro!” (mentre obbligano i piccoli negozi a ritirarsi davanti alle catene commerciali). Leggendo s’impara,  si ride su di noi come clienti e conosciamo “un venditore” dal carattere non proprio malleabile, ma con una sorpresa...affascinante!

A fine dell’agile volumetto l’autore si presenta con l’elenco di ciò che ha fatto: libri e articoli pubblicati, 17 Mostre fotografiche dal 1956 al 2010, tra cui nel 2007 a Spotorno la personale  “Sbarbaro e i licheni”; quindi i Convegni in cui è stato relatore, i Premi ricevuti, le trasmissioni per la Tv (sull’Africa, su Portobello di Enzo Tortora, ecc.). Poi, i suoi 61 “Ritratti di artisti” tra cui l’incisore Mimmo Guelfi, Emanuele Luzzati, Aurelio Caminati... Quindi, tra 34 giudizi-encomio espressi dagli artisti su di lui, ci fa sorridere quello di Luiso Sturla, con evidenza riguardante un ritratto: “Questa faccia non so a chi appartiene, forse a un mio diverso...” Perché i ritratti psicologici, le foto d’arte non sempre vanno in sintonia con ciò che crediamo di noi. L’Arte è mistero e un gran riconoscimento per lui viene dall’ultimo giudizio, di Germano Beringheli (2010): “Quanto interessa il Galardi è la fotografia artistica, quella che punta a mostrare, come avrebbe detto Klee, l’invisibile nel visibile”.

                          Maria Luisa Bressani

 

Inserisco qui il dépliant della mostra postuma al Centro culturale Franco-Italiano Duchessa di Galliera per Gennaro, il 18 marzo 1992: "Philosophe et Peinteur"

6. INDICE. DANTE E JIMMIE, MARINA LARCHER, ALBERTi  NEUROCHIRURGO

X Cammeo: dall'Estero alla giornalista Bressani. Sai che soddisfazione!

Jimmie Moglia - Il Nostro Dante Quotidiano - 3500 modi di cavarsela con Dante - (precedente articolo Il GIornale 22 luglio 2012)

       "               "     Io e l'Università  Rubrica "Cose Perdute", Il Giornale agosto 2012

Foto: Jimmie  e Gaber, Jimmie alla Bussola, foto dall'Oregon, Tasso barbasso acquarello della Madre Luisa e due vedute Oregon-Calendario 2014 di Steve Terrill

Emanuele Gennaro  - Frammenti sulla Morte - Libro postumodella Ecig. 1991

Centro Franco Italiano Duchessa di Galliera - Mostra Postuma di Emanuele Gennaro -

Francesco Beltrame (professore di bioingegneria) ricorda nel decennale della morte Gennaro Il Secolo XIX  1 marzo 2001

Foto di Emanuele Gennaro in II C Liceo D'Oria (1960) inviata da Gino Satta che vive a Roma

Giovanni Meriana Pane Azzimo Settimanale cattolico 20 luglio 1993

Le idee di un assessore in gamba: Giovanni Meriana Settimanale cattolico 20 marzo 1996

Gilberto Salmoni  - Memoria Telaio Infinito - Il Giorno  6 giugno 1997

     "                        "           "                "                II Ed. con prefazione Rita Levi Montalcini Settimanale Cattolico diocesano del 10 gennaio 2000

Marina Larcher - II Tesi specialistica sul restauro del Parco Luxoro di Nervi - Il Giornale 13 settembre 2011

     "           "          -  I Tesi su Molini e pastifici della Valle del Nervi Il Cittadino 10 dicembre 2006

XI Cammeo: La Politica come fili d'Arianna nel Labirinto di noi stessi. E l'informazione di noi - distorta - all'Estero

Mario Galardi   - Lettere da Caracas - 2009

Fernando Galardi  - Il Cliente non ha sempre ragione - Il Giornale 8 febbraio 2012

Il neurochirurgo Alberto Alberti fondatore a Buenos Aires della neurochirugia Il Giornale 1994

e atto di nascita della sua figlia terzogenita Laurita (1896) in Viale delle Palme (allora Vittorio Emanuele)

Errata Corrige: l'Alberti dimorò nella villa dopo questa salendo dalla stazione, ma mantengo l'articolo perché villa Esperia è vergogna di Nervi 

Villa Esperia (dove dimorò il neurochirugo Alberto Alberti a Nervi ) viene ripulita Il Giornale 18 aprile 2010

Mappa del Catasto con indicazione dell'ubicazione del Villino Fratelli Costa dimora a Nervi del'Alberto

Storia del Piroscafo Regina Margherita con cui Alberti abdò in Argentina.

Una digressione: L'Argentina dei Petrolli di Anna Maria Eccli Cronaca di Rovereto 25 aprile 1998

La rivista Pedagogium cui collaborò Lombroso Maestro d'Alberti dal Sito Parco Culturale di Nervi di Giorgio Baroni

Giovanni Petrolli Alberto Alberti Neurochirugo Italo-Argentino (Aldeno, Trento 1856 - Theobald, Santa Fe 1913) (2001) - 25 maggio 2014

Foto Rovereto Vecchia Filanda ex Alberti in salita del Dosso (verso il 1970); Effige Savera Velo, El Norte. San Nicolàs 16 aprile 1988

Il professor Emanuele Gennaro nella nostra II C al Liceo D'Oria. La foto mi è stata mandata dal compagno di liceo Gino Satta che vive a Roma. Suo padre Salvatore Satta con Il giorno del Giudizio ha scritto uno dei più bei libri sull'Olocausto.

Di seguito aggiungo la recensione ad uno dei libri del prof. Giovanni Meriana, già collaboratore del Secolo XIX e Assessore alla cultura per il Comune di Genova che -come ho già scritto - conobbe e stimò la madre dell'ing. Moglia organizzando una Mostra dei suoi acquarelli e che desidera poterla riproporre al Museo di Storia Naturale. Meriana che di recente ha conosciuto l'ing. Moglia stima molto anche lui perciò mi piace inserire qui il mio ricordo di quel suo libro del 1989 alla II Edizione.

Poiché il discorso che l'ing. Moglia ha riproposto sull'utilità della memoria e su come imparare a memorizzare è molto importante (e l'ingegnere, che per questo motivo mi aveva contattata per notizie su Gennaro e la pittura filosofica, ha messo a punto un metodo semplice ma che deriva dalla classicità dove il tema era fondamentale per l'oratoria e quindi per la vita politica) ripropongo uno dei libri più interessanti e profondi che mi è capitato di recensire: Memoria telaio infinito del prof. Gilberto Salmoni  sperando che il tema torni d'attualità e sia affrontato e divulgato nelle scuole come merita.

Il libro del Prof. Salmoni è stato riedito ora con il titolo Mobilitare il cervello: l'arte di riabilitare la memoria (Salento Books)

      

X Cammeo: la Politica come fili d'Arianna

nel Labirinto di noi stessi.

E l'informazione - distorta - di noi all'Estero

19 gennaio '93

In quale ospedale psichiatrico, clinica o istituto, lavorò nell'ultimo quinquennio dell'Ottocento, quando si trasferì dall'Argentina a Nervi, il neurochirugo trentino Alberto Alberti (Aldeno 1856, San Nicolàs 1913)? In quel priodo quali rapporti ebbe con la classe medica nazionale ed internazionale, in particolare con Lombroso e Sciamanna?

Sono interrogativi fondamentali per il libro che il trentino Giovanni Petrolli e Mario Fernando Crocco, docente di fisiologia all'Univeristà di Buenos Aires, stanno mettendo a punto per illuminare questa figura di pioniere degli studi su epilessia, afasia, coma, demenza e anche interessato allo studio delle funzioni dell'occhio in riferimento al cervello (iridologia)

L'Alberti nel 1883 al San Felipe di San Nicolàs aveva compiuto per otto mesi un esperimento di elettrostimolazione di un cervello umano cosciente con osservazione dei fenomeni cerebrali attraverso una "carie" della calotta cranica. La paziente, Severa Velo, era sopravvissuta, mentre si erano conclusi con la morte dopo pochi giorni due precedenti tentativi (Bartholow, Sciamanna).

L'Alberti era così stimato che Lombroso stesso gli rese visita in Argentina, dove era ritornato dopo la breve parentesi nerviese e dove fu primario all'ospedale italiano di Buenos Aires, allora il più quotato.

I due scienziati si erano conosciuti a Genova, come afferma la terzogenita del medico trentino Laurita, nata proprio a Nervi nel villino Costa di Viale delle Palme. Si può anche pensare che tra i due ci fosse un rapporto allievo-professore. Il trentino si laureò a Torino nell'80 dove dall'76 il Lombroso aveva ottenuta la cattedra di medicina legale e dove nel suo laboratorio di via Po 18 passarono molti studenti: Ferri, Balestrini, Laschi, Sighele, Zerboglio, Ferrero. Anzi a Genova era direttore della clinica universitaria di psichiatria Enrico Morselli, che portò all'apice le teorie lombrosiane.

Inoltre quando l'Alberti arrivò a Nervi la località conosceva un periodo di particolar fervore in campo medico. Donna Laura Gropallo e Daniele Pescetto si adoperavano per la realizzazione dell'ospedale, che s'imaugurò solo nel 1910 e dove entrarono subito le Suore della Misericordia presenti in Nervi dal 1856 e che avevano una casa a San Felipe. Erano state loro ad assistere il trentino nel suo pionieristico esperimento. L'ing. Giovanni Ciceri, che aveva disegnato il progetto dell'ospedale nerviese, fu testimone di nozze di una nipote dell'Alberti. Infatti in questa località vivevano la sorella Bartolina e il cognato  Giobatta Dal Lago, professore del Collegio Colombo e forse graduato della marina militare.

Proprio nel 1894 si era costituita la Società Pro Nervi nata a scopo turistico (i turisti nerviesi erano circa 2000 l'anno). Con l'apporto di un Comitato di dottori operò soprattutto per la chiusura delle case di salute per tubercolotici. Genova era la quinta città italiana per mortalità da Tbc e la Liguria la seconda Regione, ma queste "case", spesso di speculazione sul dolore erano considerate dai nerviesi "onta e danno" come attesta una lapide posta nel Municipio di piazza Duca degli Abruzzi.

Tra i medici che allora avrebbero potuto conoscere l'Alberti perché operavano in specialità di comune interesse oltre al medico provinciale Pietro Canalis, segnalo alcuni nominativi: V. Cantù, D. Basso, G. Luxoro, E. Mortola, P. Merlini, D.Gay, A. Severi, C. Ferrari.

Pronipoti potete dare una mano al ricercatore Petrolli?

II Edizione Memoria: un telaio infinito,

Settimanale Cattolico diocesano - 10 gennaio 2000

Giovanni Meriana Pane Azzimo

I Tesi di Marina Larcher sui "Mulini e pastifici nella valle del Nervi". Settimanale cattolico 10 dicembre 2006

Ce l'ho fatta: ecco l'atto di nascita di Laura Camilla Aminta Maria Alberti figlia di Alberto Alberti di Aldeno in Trentino. Però nulla di nuovo perché i dati sono quelli che già mi furono dati un tempo dal signore trentino amico di Luciano Basso, direttore delle pagine genovesi de Il Giornale. Anzi, ricordavo sbagliato l'anno di nascita della bimba e a tuttora non so quale fosse in Viale Vittorio Emanuele, poi chiamato Viale delle Palme, il villino dei Fratelli Costa perché nel certificato manca il numero, né so dove abbia lavorato nel suo periodo genovese il  trentanovenne papà Alberti fondatore della neurochirugia a Buenos Aires. Forse un po' più avanti riuscirò a mettere insieme questi tasselli di notizia.

Mi viene però in mente mia madre che molto malata di Parkinson quando un giorno passeggiavo con lei mi diceva a proposito di non so cosa: "O tu non capisci o non vuoi capire, sei proprio una 'tontolona' ". E oggi che in una giornata di pioggia sono salita in piazza Duca degli Abruzzi all'anagrafe storica per venire a capo del mio antico busillis sull'Alberti, pensando che certo era una giornata da lupi e quindi me la sarei cavata in fretta senza code di gente, oggi ho conosciuto una simpatica funzionaria con madre triestina (le ho segnalato il mio Sito) ma più che mai - oggi - mi sento una "tontolona": nemmeno dopo vent'anni ho saputo a quale villa odierna corrisponda il Villino dei Fratelli Costa e nemmeno oggi so dove abbia lavorato l'Alberti, anzi notate che quel mio articolo di un tempo iniziava come un "Chi l'ha visto?", ma nessuno a suo tempo si fece vivo.

Francesco Beltrame ricorda Gennaro nel decennale dalla morte

Il Secolo XIX  1 marzo 2001

Con ben altro taglio culturale rispetto al mio ricordo di Gennaro un professore di Bioingegenria ricorda Genaro a 10 anni dalla scomparsa. Non solo, nella presentazione del NDQ a Milano il prof Enrico Orsi (ingegneria idraulica) è entrato nel merito di Dante con una larga ala culturale ma non solo ndantesca bensì scientifica e di luce "empirea" (mi si passi il termine). Gli ingegneri sanno riservare molte "sorprese culturali" e l'antica querelle tra cultura classica a cultura scientifica tra liceo classico e liceo scientifico alla luce di questi esiti nella vita si potrebbe risviscerare.

  A saperla fare la ricerca dà i suoi frutti: Eros Chiasserini ha trovato tra i suoi documenti per il "Catastro Napoleonico" (su cui ha pubblicato un libro) una planimetria dove a fine '800 via Vittorio Emanuele nella parte scendendo verso la Stazione a sinistra presenta una grande zona di proprietà dei fratelli Costa, quattro per l'esattezza (v. p. 25 "Ricercatori: Nervi e..." ) e il villino con probabilità corrisponde all'attuale degradata Villa Esperia in fronte alla Stazione stessa.

Pensate che scoop avrei fatto 25 ani fa quando Luciano Basso mio caporedattore al Giornale mi chiese di individuare la casa del neurochirurgo Alberti. Quando ho scritto questo articolo ero accompagnata dal nipotino Stefano allora di anni 6 e per poter parlare con chi lavorava nella villa e farlo star buono inventai lì per lì la favola che avrei voluto comprarmi quella villa caso mai avessi vinto al Superenalotto (cui i nipotini tutti m'incitavano a giocare per realizzare i loro desideri come l'acquisto di un fumetto o di colori o di perline ed - edotta dai figli - dovevo sempre rispondere che non avevo soldi ma se avessi vinto...). Gli dissi anche di dover far domande per valutare se comprarmi Villa Esperia. Il bimbo mi guardò, guardò ciò che gli mostravo e poi disse serio serio: "Ma davvero nonna, anche se è vicina al mare e si scende in due minuti sulla scogliera, vuoi comprarti quella cosa lì?"  Tuttora la villa è come la vedete. Allora grazie al blitz del maresciallo Carleo presidente del IX Municipio la villa fu ripulita ma poi misero dei teli lungo la recinzione in modo che dall'esterno fosse meno visibile lo scempio e temo possa essere tuttora ricettacolo di barboni come diventerà presto la Marinella il locale sulla passeggiata dove qualche tunisino o altro venditore ambulante e africano della passeggiata  è già stato visto insinuarsi.

Non solo quando iniziarono i lavori ed avvertii la redazione del Giornale per assicurarmi l'articolo, Diego Pistacchi mi disse: "Ma sei proprio sicura? Ho davanti a me delle orribili foto". Gli raccontai della frase del nipotino e Pistacchi replicò: "Temo che il tuo Stefano abbia proprio ragione...una villa da non comprare". 

Villa Esperia viene ripulita: Il Giornale 18 aprile 2010

Gilberto Salmoni Memoria telaio infinito

Il Giorno  6 giugno 1997

Dato che per giornalismo si conoscono molte persone preparate nel loro campo professionale credo che presto riuscirò anche a dirvi dove lavorò a Genova il neurochirurgo Alberto Alberti e non sarà più un "chi l'ha visto?" Insomma tontolona sì, però con "amici" acquisiti per stima del mio lavoro di  cronista.

A seguito di una più precisa indagine di Eros Chiasserini pubblico la mappa catastale dove è indicato il villino dei Fratelli Costa che oggi corrisponde a Villa Marsano di Viale delle Palme.

Come grazie per le presentazioni l'ing. Moglia mi ha mandato due calendari del'Oregon e il secondo per il Natale 2013 mi è piaciuto di più non solo per la bellezza dei luoghi fotografati ma perché  Steve Terrill, il fotografo, ha fatto come un tour attraverso il Paese mese per mese  di cui metto i due, giugno a sinistra e novembre a destra, che più mi sono piaciuti. Deve essere davvero una terra grande e suggestiva nei suoi diversi aspetti.

ERRATA CORRIGE: Alberti visse nella villa dopo questa salendo dalla stazione e mantengo l'articolo perché Villa Esperia è vergogna di Nervi

Qua sotto ecco - grazie a Chiasserini - l'esatta indicazione per il villino Fratelli Costa e di fianco - sempre  grazie a Chiasserini che ha navigato a lungo - anche la storia del piroscafo con cui Alberti andò in Argentina.

Una digressione: Giovanni Petrolli cerca i Petrolli d'Argentina.

di Anna Maria Eccli in Cronaca di Rovereto 25 aprile 1998

 

Dal Sito Parco Culturale di Nervi

a cura di Giorgio Baroni

Il Sito è riportato nelle due pagine iniziali per farne toccar con mano il valore alla pagina 25 "Ricercatori, Personaggi: Nervi e..." e la rivista Pedagogium offre in questo breve stralcio la constatazione che insigne collaboratore ne fu Lombroso, maestro di Alberti e potrebbe esser stato lui a chiamarlo a collaborare alla rivista (cosa però che devo ancora verificare). E dato che dal 1894 era attivo l'Ospedale pischiatrico può essere con più probabilità che l'Alberti abbia lì collaborato.

La ricerca prosegue, ma intanto un'altra notizia proveniente dal Petrolli parla del libro che la figlia di Lombroso, di nome Gina sposata Ferrero   accompagnatrice del padre in Argentina (invitato dall'Alberti appunto) ha scritto un libro sul Sud America e in Italia ve ne sono due copie, a Rovereto e a Trento: Nell'America Meridionale- Impressioni sul Brasile, Uruguay, Argentina.

Giovanni Petrolli  Alberto Alberti neurochirurgo argentino (2001)

commento M.L.Bressani 26 maggio 2014

Giovanni Petrolli, nel 2001, ha pubblicato il libro della sua lunga ricerca Alberto Alberti  Neurochirurgo Italo-argentino (Aldeno, Trento 1856- Theobald, Santa Fe 1913) con la Litografia Stella di Rovereto. Non solo ha potuto organizzare con il Comune il ricordo centenario della morte  dell'illustre trentino.

L'autore, nato a Sacco di Rovereto, oggi di 84 anni, è stato uno dei primi dipendenti della Meccanoptica Leonardo, settore nuovo dell'imprenditoria roveretana, inserito nel ramo ottico e della meccanica di precisione. Primogenito di una famiglia di sette figli, orfano di padre a 19 anni, si trova giovane a contribuire materialmente alle necessità familari, ma non trascurò di partecipare a movimenti ed associazioni di carattere sociale, anche nei periodi di emigrazione in Svizzera. In seguito si trasferisce ad Isera con la moglie e i due figli, assunto a fine anni Settanta alla Grundig di Rovereto. E pensando a questa industria, celebre nel campo di giradischi di prestigio, sembra quasi scontata nella sua famiglia la passione per la musica che portò il fratello Alberto a scrivere uno splendido volume su Maria Callas. Forse la comune passione musicale con Luciano Basso, mio caporedattore di un tempo al Giornale, fu il tramite per cui mi fu chiesto di rispondere a due domande sul periodo (1895-99)  dell'Alberti a Nervi, località dove abito: in che casa dell'attuale Viale delle Palme dimorò?, (quesito risolto grazie al ricercatore  Eros Chiasserini), e con chi allora lavorò? e poiché la ricerca continua anche di quell'obiettivo spero di poter dar notizia come "raggiunto".

Petrolli è stato nominato nel 1975 Cavaliere al merito della Repubblica e fino al 1990 ha fato parte del Comitato provinciale dell'Emigrazione.

 

Quali i punti di forza del libro oltre alla ricerca, davvero precisa e molto documentata, lungo tutta la vita e l'opera professionale dell'Alberti?

Il principale consiste nel fatto che Alberti realizzò, primo al mondo, il trattamento di applicazione di energia elettrica sul cervello umano: era il 15 settembre 1883. In questo modo curò per più di otto mesi Severa Velo e la paziente non morì mentre qualche altro tentativo fatto in Usa e dal dottor Sciamanna  in Italia fu negativo mantenendo in vita il paziente per pochi minuti.

 

Ma ci sono alcune pagine che mi hanno fatto battere forte il cuore: sulla filantropia dell'Alberti e soprattutto il suo discorso di commemorazione per la morte di Re Umberto, assassinato a Monza. Tenne la conferenza a San Nicolàs in Argentina nel salone della Società italiana "Unione e Fratellanza" nel luglio 1901 (pp. 16-21).

Il territorio da cui proveniva era ancora soggetto all'Austria-Ungheria però Alberti riconosce che l'Austria di fatto aveva assoggettato tutta l'Italia, suddivisa in staterelli e che ai Savoia bisogna riconoscere l'unificazione e l'autonomia attraverso le guerre risorgimentali. Di Umberto, "l'uomo" che l'assassino ha ucciso ricorda il soprannome di Buono: una bontà non fiacca e passiva ma che lo portava, dimentico di sé, a soccorrere i bisogni degli altri. Eroe a 22 anni a Custoza (24 giugno 1866) quando sostenne e ruppe l'urto della cavalleria nemica e, a rischio di vita, fissò un punto di resistenza gran merito della sfortunata giornata. A Napoli, devastata dal colera, Umberto andò a soccorrere i colpiti, accorrendo dal Veneto dove si trovava, invitato alla festa di chiusura dei militari, e dove disse: "A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore, vado a Napoli!"

Osserva che nell'assassinio di Monza non è stato solo il Re ad essere ucciso: "In lui s'incarnavano unità e indipendenza della Patria ed è la Patria che si minacciò di uccidere in Umberto".

Considera ancora che la condizione attuale d'Italia era quella stabilita dai plebisciti, libera ed indipendente ed una sotto la Monarchia mentre solo mezzo secolo prima il Paese era a brandelli. Osserva: "Non basta la volontà per riuscire. L'Italia una e indipendente la vollero i Lombardi nelle Cinque Giornate e non riuscirono, la volle la Repubblica Romana nel 48-49..., l'ha voluta Venezia con l'eroica resistenza del 1849..., l'ha voluta Mazzini con titanico lavoro di parecchi lustri, la volevano le Cento Città tutte... e tutti non riuscirono".

Ricorda l'affinità d'Italia con l'Inghilterra costituitasi con la Monarchia Costituzionale; ricorda la grande illusione dei partiti che non sono che una setta nella Nazione, parla dell'invidia dei popoli verso l'Italia (e sembra di esser ad oggi), ricorda la "pietas" di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele, di Umberto, la religione della sorella del Re, principessa Clotilde, e di Margherita. Ricorda ancora queste parole di Umberto, re illuminato: "Il sollievo degli umili sarà la gloria più bella del mio regno". In sintesi ci fa capire quanta dovrebbe essere la gratitudine per Casa Savoia perché "con essa e con l'integrità dei costumi, l'abnegazione e il disinteresse, così si è fatta l'Italia".

Noi ora sappiamo di brogli elettorali per cacciare la monarchia, di errori degli ultimi Savoia, ma anche di tanti mastini latranti che anelavano al potere e se nel '48 l'esito elettorale fosse stato diverso c'era chi aspirava a mettere l'Italia sotto il tacco sovietico. Oggi siamo un popolo senza memoria.

 

La stessa "pietas" di persona perbene, che stabilisce tra le persone perbene quasi un universo a sé, Alberti la dimostrava con la sua filantropia indirizzata a malati che curava senza farsi pagare. Ogni vigilia di Natale in Argentina avvisava sul giornale locale perché i bambini accorressero a casa sua in Calle Naciòn 186 (San Nicolàs) per ricevere doni natalizi.

Quanto all'importanza rivoluzionaria del suo esperimento su Severa Velo, a quel tempo era severamente vietato eseguire esperimenti su esseri umani "consci" con l'elettricità.  Alberti sfidò l'opinione negativa espressa dal Presidente dell'Accademia di Francia e dal Decano della Facoltà di Medicina di Parigi ed il parere contrario di altri scineziati europei e nordamericani. Dimostrò -cosa non ancora acquisita- che nel cervello esistono funzioni localizzate e localizzabili ed alcune influiscono su psiche, movimento, sensibilità. L'esperimento e le acquisizioni dell'Alberti sono stata riportate in luce  nel marzo 1986 (Semana Medica di Buenos Aires, n.5378, tomo 168, n.6 del 12 marzo 1986) da due dottori: Mario Ferdinando Crocco, direttore dell'Istituto di Studi Avanzati, docente Cattedra d'Anatomia  e Fisiologia sistema nervoso (Facoltà di Psicologia - Università di Buenos Aires); Norberto Cesar Contreras, neurochirurgo, titolare  Cattedra di Neurochirurgia Ospedale Scuola "General San Martin", ordinario medesima specializzazione Facoltà di Medicina (stessa Università).

 

Il secondo punto di forza ma anche di "giustizia ristabilita" è la storia del plagio (la tesi di laurea) da parte di uno studente Andreas Francesco Llobet, che aveva alte aderenze politiche. E' il plagio della scoperta del'Alberti riguardo le "localizzazioni cerebrali" e la patogenesi dell'epilessia. L'Alberti si trovò a non poter denunciare  perché la condizione imposta per donare l'ospedale di San Felipe (dove era direttore) al Comune di San Nicolàs fu che lo  ricevesse in nome della città una parente del plagiatore Llobet (sono notizie del 1882).

Furono questi fatti che lo indussero, amareggiato, a traferirsi a Nervi?, e quali sono stati i rapporti scientifici intercorsi nel periodo nerviese (1895-99) con Lombroso e Sciamanna? Domande del ricercatore Petrolli secondo quel buon principio che insegnava in Cattolica il mio professore Gianfranco Bianchi, fondatore della Scuola delle Comunicazioni Sociali: "Nella vostra tesi non dimenticate mai di segnalare fin dove è arrivata la vostra ricerca e dove altri potrebbero ancora spingersi".

Da rimarcare che alla Relazione del prof. Alberti, presentata nel 1884 a Buenos Aires e pubblicata nel 1886, il dottor Crocco nel riproporla ha anteposto una "Prefazione" in cui affferma: "Dal 1883 al 1909 circa 300milioni di malati nel mondo necessitavano che la scienza ufficiale arrivasse a localizzare nel cervello i focolai patogeni. Con la scoperta dell'Alberti, localizzato il punto esatto, il chirurgo poteva asportare il nucleo lesionato con un solo intervnto (mentre facevano fin 15 trapanazioni con decesso del paziente). La scoperta rimase sconosciuta causa il Llobet".

Ancora Crocco: "Nella storia della medicina fatti analoghi si sono verificati in altri periodi. Panizza nel 1885 scoprì e localizzò le funzioni visive nella regione occipitale e la sua scoperta rimase sconosciuta per 15 anni. Alberti localizzò le funzioni del cervello "conscio" ma ciò rimase ignorato per 102 anni" ... Un assassino ammazza una o più persone, un tiranno o conquistatore milioni, però un "chantas" (="imbroglione senza scrupoli") se priva per decenni l'umanità di un risultato scientifico per un fatto ambizioso personale e causando morte e dolore ad un numero elevato di persone, non merita alcuna considerazione".

Un fatto getta - secondo me - una luce diversa sulla  psicologia del Llobet (che magari ebbe disperata ambizione d'impadronirsi di un sapere d'eccellenza anche se non suo) ed è un tratto da "sperimentatore folle", quasi da "samaritano". Dopo aver operato un canceroso nella trachea ed essendosi ostruita la cannula ivi collocata, aspirò con le proprie labbra per ritirare la materia che asfissiava l'infermo". Un particolare su cui meditare: cioè su una possibile correlazione con il tumore cerebrale (contagio da virus?)che poco dopo se lo portò via a soli 46 anni (per approfondimenti su teoria dei  "virus che causano il cancro", vedi p. 280 de L'imperatore del male - Una biografia del cancro di Siddhartha Mukherjee, libro vincitore di premio Pulitzer).  Un'ipotesi più precisa sul dolo dannato del plagiatore viene avanzata dal Petrolli riguardo la scomparsa della cartella clinica di Severa Velo (il Llobet era stato presente all'attaco epilettico più violento della paziente durante i mesi di sperimentazione dell'Alberti): fu forse il Llobet ad occultarla? Per ora non è stato possibile ritrovarla.

Vengo però ad  un altro  aspetto del libro e molto affascinante. E' la storia dettagliata sull'origine della famiglia dell'Alberti, il cui nonno impianta una filanda ad Aldeno, e poi sul perché suo padre sia emigrato in Argentina, sugli studi dell'Alberti stesso dall'Università di Bologna (con la Sorbona di Parigi la più antica al mondo e dove consegue tutti trenta e trenta con lode), quindi a Padova infine a Torino per laurearsi in medicina dove avrà come insegnante Lombroso. Sulla sua famiglia, moglie argentina, cinque figli, di cui la terzogenita Laurita nacque a Nervi. Infine , in questa storia di un italiano d'eccezione, altri due motivi d'interesse del libro:   la genesi della ricerca sul cervello e scontri, separatezze in quei tempi tra i ricercatori e tra questi eccelle in Argentina in quel periodo il polacco Richard Sudnik e ancora per l'amore per la "terra" che l'italiano albertì portò con sé  la storia dei terreni che acquistò in Argentina, cioè una tenuta di 150mila ettari (=1500 chilometri quadrati) che poi vendette perché antieconomici. Proprio a causa di un amministratore infedele che lo stava truffando dovette lasciare velocemente Nervi per rientrare in Argentina e lo fece sulla nave Regina Margherita. Nel 1950 quei terreni nel distretto di Malargue erano ancora in parte incolti, poi acquisirono valore perché attraversati dalla ferrovia Mendoza-San Rafael e da strade nazionali. 

       Maria Luisa Bressani

Per chiudere con l'immagine di un italiano serio ed in gamba ecco quella di

         Alberto Alberti

dalla copertina del libro di

Giovanni Petrolli cui va un grazie per la profondità della sua ricerca e per averci ridato questa memoria

Un assessore in gamba, Giovanni Meriana. Settimanale catt. 20/03/ 1996

Cultura viene dal verbo latino coltivare (=colere). Un assessore alla Cultura può servire questo significato?

A tale premessa risponde sul tema Giovanni Meriana, che riveste tale incarico per il Comune. Frutti della personale coltivazione di se stesso sono: Pane Azzimo, Lettere da Casa Jemolo. La Liguria dei Santuari e numerosi volumi sull'ambiente, curati per la Sagep, di cui dirige la collana Liguria Guide.

Assessore, come si legge su qualche giornale, c'è un monopolio culturale della sinistra voluto dalle Istituzioni?

"L'attuale Amministrazione Comunale non persegue nesun tipo di monopolio culturale, ritenendo che le iniziative culturali per essere tali non devono subire condizionamenti. Se in passato c'è stato un monopolio della sinsitra, è anche perché il mondo cattolico non si è dato spazi culturali al di fuori di quello della solidarietà e del volontariato. Oltre all'esperienza de "Il Gallo", mi sa indicare un'altra voce autorevole e credibile a Genova dalla parte di cattolici?"

Stuzzicata su un argomento oggetto della  mia seconda tesi, quella presso la Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali all'Università Cattolica di Milano (1983: Momenti e problemi di vita genovese nell'immagine de "Il Cittadino" 1873-1974" relatore il prof. Gianfranco Bianchi fondatore della scuola stessa) rispondo:

"Sì, non una voce, tante perché c'è un'intera tradizione di stampa cattolica dalle origini (dopo le leggi costituzionali del 1848/49 e con il nuovo impulso del plebiscito del '70). Alcuni nomi: il settimanale L'Armonia poi passato a Torino, Il Cattolico diretto da Campanella-Alimonda, lo Stendardo cattolico, Genova cattolica, L'Osservatore genovese, La Settimana religiosa (miniera di notizie), Il Cittadino che dal 1873 accompagnò come giornale d'opinione i genovesi in cent'anni di storia. Firme storiche di quel quotidiano trasmigrarono in questo Settimanale diocesano, che nei suoi primi Vent'anni ha collezionato nomi di rilievo. Nel nostro tempo sul versante colto ha avuto autorevolezza Renovatio, sul versante popolare larga diffusione hanno i bollettini parrocchiali, tra cui la rivista Il Campanile e Il Foglio dell'Amicizia di don Prospero. In proposito c'è una tesi in giornalismo di Ilaria Cavo. Tra le pubblicazioni popolari N. S. Della Guardia arriva ai Santuari mariani e ai molti abbonati nel mondo, e Fides Nostra, la rivista del Seminario, nata nel 1918, tira tuttora 4500 copie".

Nei suoi percorsi di vita quale esperienza ha sentito più sua?

La Cultura per Lei con il potere ha avuto più possibilità di risultati?

"Rispondo alla prima domanda: In primo luogo lo studio e la difesa dell'ambiente, a cominciare da ciò che l'uomo ha costruito nel tempo.

Alla seconda: Il potere rende sicuramente meno liberi. Un assessore alla cultura deve credere nei progetti che promuove, ma subisce condizionamenti o deve percorrere strade obbligate".

Come giornalista, già collaboratore del Secolo XIX, cosa pensa di chi ha inzuppato la penna -con effervescenze razziste- nel problema dei nomadi, in particolare della famiglia degli Hallilovich, con 11 minori su 18, a Genova da anni?

"La campagna di stampa ha avuto toni scandalistici, poco costruttivi. Ha creato una falsa emergenza. Ha umiliato la città, senza dare un quadro culturale del problema. né ha contribuito a far chiarezza o a risolvere. La scelta di Quarto Alto per alloggiare gli zingari è stata infelice, ma la questione nomadi è stata troppo rinviata dalle Amministrazioni passate. La gente poi ha mostrato scarsa accettazione, per dire con eufemismo".

Non le sembra che un giornalismo così disonora i vecchi, ma anche i giovani, specie quelli usciti dalle due Scuole genovesi che avrebbero dovuto essere guidati a conoscere i veri problemi della città?

"Credo che proprio le Scuole possano contribuire a far crescere un giornalismo di nuovo stampo. Conosco i giovani che le frequentano, ho modo di verificare come la preparazione sia fatta in modo serio e innovativo".

Lei ha mai fatto il volontario?

"Dagli anni universitari. Mi sono occupato a lungo della gente dei campi da sempre dimenticata perché poco incline alle chiassate e chiusa nel suo dignitoso silenzio. E' stata una battaglia persa. Poi mi sono occupato dell'ambiente umanizzato e ho contribuito alla costruzione del Museo storico della Valle Scrivia. però anche sul fronte della difesa del paesaggio, in particolare della casa contadina, ho perso la battaglia. Non vede quale obbriorio condominiale, finto-svizzero, è l'entroterra?"

Cura del paesaggio e necessità dell'uomo: cosa pensa della strada di Sant'Ilario Alto di cui si parla dal '35 e che mai non si fa, nonostante progetti dettagliati?

"Prima le persone, poi le cose, questa è la regola a cui mi sembra ci si debba civilmente attenere. Quanto agli esempi, basta guardare all'Alto Adige o all'Austria, dove ogni maso isolato o il piccolo nucleo di case rurali sulla montagna è collegato col mondo da strade non devastanti, inserite nel paesaggio. Per sant'Ilario penso ad un anello stradale che, senza rappresentare un incentivo ai palazzinari (quindi con vincoli rigorosissimi), liberi gli abitanti dalla quotidianità del disagio e fornisca motivazioni per continuare l'opera di presidio dell'ambiente in cui vivono".

I "semi" da Lei ricevuti come persona: qualche nome?

"Uno: mia zia Adele. Mi ha insegnato a pregare, guardare le cose dal basso, capire il prossimo, accettare i diversi, amare la natura, avere la pazienza della verità".