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21. INDICE   CINEMA e FOTOGRAFIA

 

Giampiero Frasca      - Il cinema va a scuola- 2011

Silvio Vignetta critica Mussolini di Marco Bellocchio ornale 3 settembre 2010Il Gi

XLIIICammeo: Silvio Vignetta critica Marco Bellocchio.

Cosa so del regista bobbiese io "bobbiese" da parte della famiglia di mia madre

Ricordo di Tonino Bellocchio giudice

Giampiero Mughini ricorda Piergiorgio Bellocchio e i Quaderni piacentini Panorama  25 giugno 1998

Carla Valentino recensisce il libro sul Cinema di Bellocchio " Uno sguardo inquieto" di Patrizia Caproni Il Giornale 6 giugno 2010

Da Bobbio alla Festa del Cinema a Roma Il Giornale  2 novembre 2007

Anna Bianchi regista e sceneggiatrice di "Tu che sei diverso" Il Giornale 2 novembre 2007

XLIVCammeo: 1)  Mio padre e i suoi tre moschettieri bobbiesi.

2) Sergio Luzzatto "inappropriato" sull'amore vero ne La Strada per Addis Abeba

A riprova di ciò che ho scritto su Luzzatto curatore de La Strada per Addis Abeba- Settmanale cattolico  15 dicembre 2002

mia recensione, foto di Nicola Gattari, il protagonista e della sua bella famiglia

Cos'è amore vero.

Ricordo di Suor Margherita delle Rossello all'asilo di Sant'Ilario per i suoi 100 anni Settimanale  Cattolico 23 luglio 1987

Riproduzione Anello di Claddagh

Sofia Coppola Un'icona di stile, libro Maria Francesca Genovese sul film Maria Antonietta. Il Giornale 12 gennaio 2008

Pupi Avati riceve il Premio NazarenoTaddei a La Spezia Il Giornale 9 dicembre 2008

Ricordo di Maria Luisa Uva moglie di Dario G. Martini sul Giornale 11 gennaio 2009

Padre Nazareno Taddei il geuista che sdoganò la Dolce Vita di Fellini. Da Edav 342 numero speciale a lui dedicato luglio 2006 ad Omaggio di Venezia a padre Taddei Il Cittadino  17 settembre 2006

Pupi Avati e Lelio Luttazzi dal confanetto-documentario - intervista  Lelio Luttazzi, io giovanotto matto di Adriano Mazzoletti

Giuliano Montaldo e Guido Artom: "Perché raccontare?" Provincia di Genova 4 maggio 1993 e presentazione presso Adei ed Apai

Emanuela Mortari e Marco Salotti MediCine

Claudio Papini Ben ritrovato Ernst Ingmar! (riportata anche a p. Autori) Il Giornale  17 luglio 2011 

e due foto Chartres: l'Ange du chevet e le vetrate basse della Leggenda si Saint Julien l'Hospitalier. 

Paolo Rinaldi Il Sole 24 Ore  22 agosto 1999 Gli angeli sopra Reims

Massimo Morasso  - La vita intensa. Racconti di Vivien Leigh Il Giornale 10 dicembre 2009

Elio Luxardo   Dalla Lollo a Lucia Bosé - Ritratti (foto) Il Giornale 12 matzo 2010

Uliano Lucas Lavoro, lavori a Genova Settimanale cattolico 7 giugno 1994

Foto di Kim Phuc La bimba simbolo della sporca guerra vietnamita

Foto di Francesco Leoni sull'assassinio di Alessandro Floris e la banda XXII Ottobre e a fianco foto- autoritratto dello stesso Leoni

Foto di Piazza dell'Unità a Trieste nel 1954 (ritorno all'Italia) di Ugo Borsatti

Egisto Corradi ingervista Nguyen Ngoc Loan capo della polizia a Saigon nel 1968 Il Giornale 12 settembre 1982

Carlo Mazzrella su "La Statua della Libertà" 1986

Il giornalismo come stare nella Storia e quindi capire di più (quindi il giornalismo come mestiere più bello del mondo):

1) Ortona parla all'Ucid sulla Perestrojka -  Settimanale cattolico 26 marzo 1990

2) Ilario Fiore racconta al Cida Tien-an-men - Il Giornale 10 novembre 1991

I tre momenti in cui ho sentito o visto la Storia

Marcello Veneziani ricorda Tienanmen Il Giornale 6 giugno 2014

Il MoVi e il fondatore Luciano Tavazza nel 1978

 

 

          

Il cinema va a scuola

di Giampiero Frasca

 

Val la pena introdurre questo libro con il suo finale, mentre  succede che concludendo gli autori abbiano fretta, diventando scontati. Ecco: “L’insegnamento non è un impiego come tanti altri, ma un’emozione che va vissuta consapevolmente giorno dopo giorno. Fino all’ultimo”. Parole riferite al film Essere e Avere (Philibert, 2002) riguardante l’Alvernia (Francia centromeridionale, rurale) dove lo scambio tra docente e allievi si nutre di attenzione umanità sensibilità entusiamo. Il libro con questo finale: Il cinema va a scuola di Giampiero Frasca (Editrice Le Mani).

Frasca, che insegna Lettere nella scuola pubblica e tiene corsi di Storia e critica del Cinema all’Università di Torino, nell’analisi di oltre 200 film con palcoscenico la scuola, ci mostra il Cinema come grande Letteratura per immagini dal ‘900 ad oggi. Con cultura, intelligenza, e tenuta di scrittura rende il leggere quasi mozzafiato.

I capitoli sono cinque per 250 pagine. I primi due appaiono cardinali, con linguaggio filmico “Campo e controcampo”: “Gli insegnanti”, abilitati al discorso educativo, e “Gli studenti”, portatori di una mentalità altra e in crescita.

Per gli insegnanti emerge la capacità a vincere la sfida in classi problematiche, anche lo spirito americano di fiducia nel valore formativo della scuola in film come Il seme della violenza (Brooks,1955), La scuola della violenza (Clavell, 1967), Su per la discesa (Mulligan, 1967). Con spirito analogo Diario di un maestro (De Seta, 1972, serie Tv) riguardante la scuola Ruffini nel quartiere Tiburtino III di Roma, dove la lotta quotidiana è, ancor prima d’insegnare un programma, per riportare a scuola gli allievi assenti.

Altri film  mostrano il lato edificante: Addio Mr. Chips! (Wood, 1939), insegnante a Brookfield che aveva individuato la sua missione nel “formare uomini”. In Europa si sottolinea anche la volontà di rivolta come in Zero in condotta (1933) di Vigo figlio dell’anarchico francese Almereyda morto in carcere nel 1917 (ufficialmente suicida, ma tanti i dubbi). In Italia, che ha fame di “Paese dell’amore”, s’insiste a lungo sull’idillio tra professori e allieve, con la variante di La prima notte di quiete (1972) di Zurlini che mostra un insegnante di per sé demotivato, poi “distrutto” da una cattiva ragazza. Anche il cinema italiano è specchio di violenza con il primo leader violento in un collegio religioso (attacco ad una formazione paternalistica): è Nel nome del padre  di Bellocchio. Nello stesso 1972 il suo Sbatti il mostro in prima pagina prende a capro espiatorio di un omicidio scolastico un extra parlamentare di sinistra. Sembra un omaggio del regista all’ambiente che ne favorì l’ascesa, raggruppato intorno ai Quaderni Piacentini del fratello Piergiorgio: a sinistra esistevano catene di Sant’Antonio per valorizzare la “loro” cultura, ma in seguito il rebellismo ha fatto scuola con il coccolamento dei violenti nei cortei, verdi o no global, sempre – secondo vulgata- “bastonati” dalle forze d’ordine. Dei film italiani, controcorrente il Boia chi molla (Montano, 2008): ex allievi della Scuola Margherita di Savoia di Torino in periodo fascista raccontano la lontana esperienza in modo positivo. Una scuola che voleva creare un legame festoso attraverso valori comuni, con l’intenzione di formare allievi saldi e disciplinati in previsione del dovere di soldato.

I film esaminati ci restituiscono la Storia, l’oppressione nazista, la caccia agli ebrei, in America appunto una scuola violenta (anni Ottanta, specie per problemi d’immigrazione). In Classe 1984 (Lester, 1982), citato in un sottocapitolo finale “Lo sfascio educativo”, una didascalia denuncia nell’81 nelle scuole americane 280mila episodi di violenza.

Il terzo capitolo “Dirigenti scolastici, bidelli, genitori” ci mostra in Italia il sopravvivere di gerarchie: l’umile padre bidello (Aldo Fabrizi) di Mio figlio professore (Castellani, 1946). Quanto ai genitori spesso poco educativi, è opportuno ricordare “il grazie” dell’autore alla propria madre ad inizio libro: “per la constatazione di quanto sia stato utile non avergli dato ragione in tutte le occasioni in cui fu convocata da un insegnante”.

Quando si arriva al quarto capitolo “I luoghi”, la curiosità è stimolata dai primi sottotitoli: “Lo spazio dello scambio: l’aula”, “Lo spazio intermedio: il corridoio”. Gelidamente esplosiva la visione dei corridoi del liceo Columbine di Littleton (Colorado) dove nel 1999 si compì la strage operata da due diciassettenni: il film è Elephant (Van Sant, 2003). Ecco dunque il film raccontare storie vere.

I Paesi produttori sono tanti e in alcuni l’istruzione appare ancora bene primario, come nel lirico La strada verso casa (Zhang Yimou, 1999) dove il funerale del maestro venuto da Shangai (e di lui la moglie s’innamorò incantata dalla sua voce che usciva dall’aula) è accompagnato da un imponente corteo di allievi. Ecco Rachida (Bachir, 2002) maestra algerina che non ha voluto introdurre una bomba dei terroristi a scuola e  ristabilita dal proiettile che l’aveva colpita torna in questa, messa a soqquadro, ad attendere gli allievi. Ecco Lavagne (Makhmalbaf, 2000), dove i maestri al confine tra Iran e Iraq le portano sulle spalle improvvisando lezioni per occasionali allievi.

E ancora La Forza della volontà (Menéndez, 1989), storia vera di un insegnante ispanoamericano alla Garfield School, est di Los Angeles, tra allievi di bande chicanos. Li porterà a qualificarsi nel 1982 nel test nazionale di matematica per i migliori studenti Usa. Escalante è morto nel 2010 a 79 anni.

                         Maria Luisa Bressani

 

 

 

Critica al film di Bellocchio "Mussolini" da parte di Silvio Vignetta che frequentò analogo collegio religioso retto dai Barnabiti come il regista ma con ben altra impressione riguardo l'inesegnamento ricevuto e che del fascimo fu testimone del tempo (v. di Vignetta p. Industria)

Silvio Vignetta (v. Pagina Industria) ha studiato come Marco Bellocchio in un Collegio di Barnabiti e le loro età certo sono state diverse (Silvio morto a più di 90 anni non è più, Bellocchio veleggia sulla settantina passata) però è molto diversa la loro considerazione verso quei sacerdoti che li educavano. Bellocchio si scatena contro l'autoritarismo anche cieco dei religiosi educatori in "L'ora di religione".

Ricordo che al Collegio Emiliani di Nervi dei Padri Somaschi e dove molti commercianti e negozianti della zona mandavano i loro figli ben contenti che ricevessero una buona educazione c'era anche qualche allievo/a che fuori del Collegio raccoglieva firme contro i sacerdoti e questo senza pensare che "sputava nel piatto che lo nutriva".

E' facile il rebellismo ma sull'altro piatto della bilancia c'è tutto il bene che ci è venuto dai collegi di religiosi e dalla Chiesa pur se queste comunità sono fatte da uomini prima che da sacerdoti e quindi con i loro  difetti come li hanno tutti.

La casa dei miei nonni a Bobbio confinava nel giardino con quella dove ora vive il regista Bellocchio (contrada dei matt) e che era la sua paterna. Mia zia Zita, la più giovane (e che non è più) si parlava con una sorella di Bellocchio sua cara amica al di là della divisione. Mio zio Alfredo, uomo legato alla tradizione, quando Bellocchio girò "I pugni in tasca" s'indignò con mia madre che era andata a vederlo e cui era piaciuto. Se si pensa alle idee politiche il nipote di mio zio (anche Alfredo non è più) è già ingegnere e bravissimo (ha una borsa di studio per la ricerca sui robot) e si è già candidato alle elezioni nel PD.

Di Bellocchio ho visto in Tv un filmato tratto da Cechov e mi sono incantata nel riconoscere il Trebbia quando i semi di pioppo vi volano sopra e sembra nevichi. Ho visto anche un film in Bobbio al Festival organizzato in Bobbio dal regista che mi è piaciuto (con Castellitto) e che non era per niente politico. Trovo che il regista abbia davvero "l'occhio filmico" come dico io e come ho constatato anche quando con gli allievi della scuola di cinema che per merito suo si svolge a Bobbio ad agosto ha filmato il cimitero di Bobbio e lo ha reso quasi più suggestivo di quello di Montmartre. (v. Per Montmartre p. Guide di Genova)

Che dire da parte mia? Che ricordo con molta stima un fratello di Bellocchio, il giudice Tonino, (che non è più) e che in Bobbio abitava poco sopra casa mia. Un giorno al Trebbia mi venne a chiedere una pompetta per gonfiare materassini e mi disse: "Si paga?" Ero con un'amica, non sapevo chi fosse e commentai: "Non so perché qui a Bobbio vogliono tutti fare gli spiritosi". E lei: "Hai visto cosa fa tuo figlio?" In quel momento il mio secondogenito stava affittando giri sul suo canottino di gomma ad altri bimbi.

Poi il giudice mi chiese, dato che i nostri figli avevano più o meno la stessa età e dato che abitavamo abbastanza vicini, se potevamo farli giocare insieme ma in quelle estati bobbiesi a parte la pausa del Trebbia in realtà avevo sempre a casa troppo da fare nel senso che ne approfittavo per scrivere o studiare, quindi lasciai cadere l'invito.

Un giorno poi reincontrai il giudice ad una Festa in piazza ed era con amici miei e stava già male. Mi chiese cosa facessi e dissi che collaboravo al Giornale. Ne ero e ne sono stata sempre molto orgogliosa e lui con una voce che sembrava venire da lontano, mi disse: "Brava bambina studiosa" e quel bambina mi suonò strano perché non mi sembrava tanto più vecchio di me, anzi ritenevo che le nostre età non si distaccassero troppo, però quella voce era come se con la malattia ed una consapevolezza diversa del mondo quando si vede che la vita ti sta per sfuggire fosse di una persona tanto più matura di me, tanto più saggia. Scusate il ricordo personale.

E riguardo quel mio figlio bambino che stava crescendo sempre in Bobbio mi capitò una volta d'imboccare con lui a piedi la strada del Penice dato che la nostra casa è un chilometro fuori dalla Città e si fermò subito sul lungo rettilineo in salita una macchina per chiedermi se volevo un passaggio. Rifiutai dato che amavo quel percorso breve ma tonificante (la salita) e subito dopo si fermò un'altra auto e rifiutai di nuovo e alla terza iniziai a preoccuparmi: "Uno scherzo, ma a che scopo? Avevo forse qualcosa di sconveniente come uno strappo sul vestito magari sul dietro e senza saperlo?" Mentre almanaccavo, alla quarta auto che ci si affiancava, guardai indietro e vidi con la coda dell'occhio che il mio pargoletto stava facendo il segno dell'autostop.

 

Inserisco ora un ricordo di Giampiero Mughini sul Bellocchio dei Quaderni piacentini, una chicca dato che non è nella rosa di quelli che ora vengono scritti quando si svolge il Festival del cinema bobbiese e firmati da giornalisti giovani mentre Mughini quella vita l'ha un po' vissuta come racconta nell'articolo.

Inserisco poi il commento di una sensibile donna che scrive sul Giornale e mi pare prima anche sul Settimanale diocesano di un tempo come me: Carla Valentino che apprezza i film di Bellocchio e la sua recensione è uscita a fianco di una mia recensione sul Giornale  del 6 giugno 2010 e tramite l'attore Gianni Schicchi che ha lavorato con Bellocchio e che vive in Bobbio l'ho fatta pervenire al regista: in fondo la pubblicità non può mai dispiacere, il Giornale pur molto inviso ad alcuni è liberal da sempre e la ragione della brutta presentazione del testo è perché si tratta di fotocopia avendo appunto dato l'originale allo Schicchi.

Manuel Monfasani, il ragazzino premiato, ha dato la maturità da un anno nel 2012. Voleva studiare filosofia (ne è appassionato) ma poi ha deciso di seguire le orme del papà e del nonno, uomini del fare. Il padre fa il fabbro ed esegue egregi lavori, il nonno ha lavorato per Ludovico della Mozzarella quando la fabbrica era in Bobbio (prima che qualcuno volesse allontanarla con la scusa che Ludovico teneva alcuni porcellini nei pressi della fabbrica stessa  e quindi ciò non era considerato igienico, ma non era nemmeno nell'abitato). Che Ludovico se ne sia andato è stata una perdita: c'era quello spaccio delizioso con prodotti freschissimi e dava lavoro a tanti. Mara moglie di Ottavio, nonno di Manuel,  lavorava alla Terme quando erano ancora funzionanti e i miei bambini andavano in bicicletta, venendo dal fiume, da lei che era alla reception e preparava squisiti panini.

Le Terme sono state chiuse (le cure erano davvero ottime per raffreddori, asma, dermatiti, acne, disturbi della parte genitale, ecc.). Si è sempre cercato di riaprirle e per questa eventualità è anche stato costruito un villaggio di casette per futuri fruitori di esse, ma le casette hanno solo il tetto e sono tuttora invendute... e sembrano scheletri. Italia d'oggi che tutto butta dalle industrie a ciò che può dare futuro!

Ottavio, il nonno di Manuel, da mio padre era definito per l'aiuto che gli dava "uno dei suoi tre moschettieri" (con il Fontaniere marito della signora Valla (macellaia) e Mariolino del negozio Fagnola di elettrodomestici che una volta riuscì a far fuzionare una lavapiatti inserendo un tappo divisore nello sportello che faceva contatto alla chiusura: inventiva italiana!). Dopo "Ludovico"  Ottavio aveva lavorato come bidello alla scuola media.

E' stato Ottavio a dirmi della cassetta da militare di mio padre quando dopo la sua morte mi chiese cosa dovesse farne. Dentro c'erano le mille lettere che i miei genitori si erano scritti dal 1934 al 1945 ancora raccolte, il gruppo di quelle di mio padre con un nastrino azzurro, quelle di mia madre con un nastrino rosa. Dopo averne tratto il libro le ho donate all'Archivio di Pieve Santo Stefano, Archivio di Scrittura popolare.

Le avevo fatte vedere ad un illustre professore universitario, Carlo Angelino, il quale subito mi aveva proposto di passarle ad un suo allievo per la tesi e poi farle andare ad un Istituto della Resistenza come quello di Alessandria. Mi sono detta: "Sono giornalista, ho studiato, conosco i miei genitori più di quel ragazzo che potrebbe averle per la tesi. E l'Archivio popolare mi sembrava anche più adatto di un Istituto di quelli che sono stati tutti e solo Resistenza e niente Storia contemporanea. Così le utilizzai io". Sono diventate libro e sono state tra i dieci finalisti  Al Premio dell'Archivio nel 2002 e sono giunte alla II Edizione.

 

A Pieve Santo Stefano quando le diedi in regalo (2001) dai diari ed epistolari erano già uscite più di cento tesi di laurea e c'è sempre tempo perché qualcuno se ne appassioni (anzi quando mi hanno chiesto se una giovane studiosa  - di cui non ricordo il nome - poteva utilizzarle con altri epistolari e diari per una sua ricerca ho dato il benestare: la cultura, il proprio sapere hanno significago se vanno in circolo, se qualcuno ne fruisce).

Infine devo ancora oggi ringraziare Ottavio, perché mio padre mi aveva una volta fatto vedere la cassetta militare e mi aveva spiegato che lì c'erano le Lettere ed erano quelle che leggeva alla mamma per riattivarle la memoria compromessa dal Parkinson, ma io, da figlia sventata o presa da tante cose del fare, me ne ero del tutto dimenticata.

Le lessi tempo dopo, due anni dopo la morte di mia madre che era stata cinque anni dopo quella di papà. Ero in montagna. Mio marito giocava a golf. Un giorno mi telefonò dicendomi che i suoi amici m'invitavano a giocare, che andassi  anch'io, ed in quel momento che tra le lacrime stavo leggendo, gli dissi: "Ma dove vuoi che venga? Ho due anni, coliche e diarrea. Dovrete fare a meno di me". Poi scesa all'unico negozio della zona che ha un po' di tutto, comprai un gran quaderno per appuntare le lettere dato che in vacanza non mi ero portata altro mezzo del tipo macchina da scrivere o computer. Compilai quattro quaderni decifrando le scritture e poi di ritorno a Genova buttai tutto sul computer e scrissi e scrissi (e studiai un poco perché certi raccordi storici non li avevo presenti e anteposi ad ogni capitolo uno schema quasi un Bignamino per ambientare le lettere nel momento in cui erano state scritte).

Vorrei ancora aggiungere che mi fu suggerito di fare presentare le lettere da un docente di storia, un giovane emergente,  Sergio Luzzatto, ma avevo letto di lui come curatore La strada per Addis Abeba una storia epistolare riguardante sempre la guerra in Africa e toccante come quella dei miei genitori (e Luzzatto aveva avuto l'incarico dai figli dei protagonisti). Ad un certo punto il professore si lasciava andare a questo commento: "La strada era infestata da prostitute e  si vedeva nel protagonista, un padroncino di camion, tutto il razzismo per loro". Invece il protagonista era così innamorato della moglie che guardava con disgusto quello spettacolo e non si sarebbe mai sognato di farle un torto. Dalle lettere era evidente. Il giovane professore emergente mi sembrò "inappropriato" e non pensai minimamente di chiedergli di presentare  le Lettere dei miei genitori.

Anzi ora non ricordo se l'ho già scritto ma quando toccò a me di parlare delle Lettere (a Levanto) per i "Libri in piazza" parlai per l'amore dei miei genitori dell'anelllo di Claddagh, che si trova a Dublino e viene dall'antico: S. Colombano, i celti ecc., ma anche dai romani che ne avevano un prototipo simile.

Ha un cuore tenuto da due mani e sormontato da una corona a significare: il cuore per l'amore, le mani per l'amicizia, la corona per la lealtà.

E posso dire che allora feci centro nel pubblico perché un signore del tutto simile al Luca Sardella che in Tv si occupa di piante venne sotto il palco a gridarmi: "Brava!", vuol dire che abbiamo bisogno di ricuperare fedeltà, amore, buoni sentimenti, normalità.

 

 

 

 

 

Sofia Coppola. Un'icona di stile

di Maria Francesca Genovese

Pupi Avati a La Spezia 

per ritirare il Premio Nazareno Taddei

MediCine di Emanuela Mortari e Marco Salotti, edizione fuori commercio a cura di red@zione per i sessant’anni dalla fondazione della Casa di Cura Villa Montallegro,  è un’agile enciclopedia medica da mettere nelle proprie case e tenere in gran conto. Un “must” il farlo in quanto nessuno consulta mai uno dei consueti volumi di tal tipo. Chi sta male o vorrebbe scoprire indizi sul malessere con l’enciclopedia medica scopre di aver anche 2il ginocchio della lavandaia” (ricordate la battuta in Tre uomini in barca?). Invece questo testo è piacevole e istruttiva lettura che accompagna dall’A alla Z ogni malattia o disturbo a partire da “Aids” per concludere con “Virus”. In dieci righe spiega di cosa si tratta, facendo seguire una spiegazione più ampia sul tema  attraverso film “cult”. In fondo al libro, di  130 pagine, sono ricordati 206 film (citati nel libro) con la locandina che li lanciò: un amarcord del nostro immaginario  perché la cinematografia più d’ogni mezzo di comunicazione ha alfabetizzato il Novecento e l’effetto continua.

E’ vero che s’incomincia con una Prefazione alquanto inquietante di Francesco Berti Riboli, imprenditore che non ha mai smesso di essere medico, con parole che rimandano nella loro sostanza alla copertina dove i medici ci appaiono “spaventosi” come li vede il paziente in  sala operatoria.  L’imprenditore, che non ha smesso di essere medico,  si confessa a noi come uno stakanovista del lavoro usando  il termine workaholism, coniato in America per chi ne è dipendente (come dall’alcolismo). Per scovare con certezza il significato del neologismo non mi sono serviti i miei tre vocabolari di lingua inglese (antiquati, incluso il salvifico e tascabile Collins) e l’ho  scovato su Internet. Non solo, questo cinema, che Berti Riboli ci ricorda, è proiezione in un futuro già qui, che stiamo vivendo. In questo futuro-presente i confini tra scienza a salute, tra bene e male, sono l’eterna voglia dell’uomo di superare come Ulisse sempre nuove Colonne d’Ercole: al riguardo, il libro di Jeremy Rifkin, Il secolo Biotech. Il commercio genetico e l’inizio di una nuova era, traduzione dal suo in inglese Who should play God?. L’approfondimento a questo tema, al confine etico di cui il cinema ha mostrato superamenti e trasgressioni si esemplifica nell’Introduzione di Marco Salotti, docente di Storia e critica del Cinema all’Università di Genova, che si occupa della Cinetaca della Fondazione Ansaldo, che ha curato i volumi dello Stabile di Genova in collaborazione con Ivo Chiesa, che ha voluto sperimentare l’arte in campo con le sceneggiature di “Maciste” e “La Colonna”. La sua “passeggiata educativa”  tra film celebri inizia con “Tutti dicono I love you” di Woody Allen (una ragazza ingoia l’anello di fidanzamento nascosto in un dolce e quando la passano ai raggi X nasce la discussione sulla preziosita dell’oggetto con le ipotesi sui carati). Fin qui siamo nel comico paradossale per venir  catapultati in “Frankestein” o “Jekyll e Hyde” o “La fuga” (dove ad Humphrey Bogart, detenuto evaso, viene rifatto il volto e pensate ai misfatti d’oggi della chirurgia estetica).

Il titolo dell’Introduzione è “Nobody is perfect”, parole di Jack Lemmon nel tango finale di “A qualcuno piace caldo” quando al magnate americano che vorrebbe sposarlo confessa: “non sono una donna” (impedimento oggi superato).

Una ricerca a quattro mani quella di Salotti, agile, istruttiva, divertente, ma per riflettere, compiuta con  Emanuela Mortari. La giornalista cura gli spazi di cultura e spettacoli di Radio Babboleo ed ha pubblicato diversi libri con Redazione, l’ultimo nel 2010: Confesso faccio politica.

MediCine - rileva Salotti - nasce da un presupposto:  “Forse non è mera coincidenza che la scoperta dei raggi X da parte di Roetgen sia avvenuta nel 1985, l’anno in cui i Fratelli Lumière inventarono la macchina da loro chiamata cinematografo. Radiologia e  cinema rivelano il dentro e di fuori di noi, su lastre fotografiche illuminate dalla luce”. E questo viaggio nel noi, dentro e fuori, con una guida  divertente, inquietante, colta ci sembra ottima cosa.

                           Maria Luisa Bressani Ferrero

 

MediCine di Mortari-Salotti

(recensione riportata due volte anche nella pagina Industria)

Questa recensione che ha qui il suo posto più appropriato l'ho riportata anche nella pagina Industria in quanto attinente alla Clinica Montallegro (occasione anniversaria) e questa Clinica è un'eccellenza genovese, anzi una vera e propria Industria. Anzi a me fa venire in mente Il trionfo della Medicina di Jonesco

Nel ricordare Padre Nazareno Taddei alla Mostra del Cinema di Venezia è stato anche presentato il numero speciale, il 342  del luglio 2006, a lui dedicato, della rivista di educazione audiovisiva EDAV, ora diretta da Andrea Fagioli. Taddei la fondò 34 anni fa perché nella scuola come nella società s’impari a decodificare la cultura della comunicazione tecnologica, con i pericoli di massificazione che comporta.

Il padre gesuita, “inventore” della Messa in Tv, della Teoria cinematografica della Lettura strutturale, fondatore del CiSCS  (Centro dello Spettacolo) morì nel giugno scorso a 86 anni, e poco prima, nel febbraio 2006, aveva organizzato il Convegno <<Papa  Wojtyla e la “nuova” cultura massmediale>> incentrato sul disagio giovanile. Nell’occasione aveva presentato il suo 34esimo libro, con lo stesso titolo del Convegno, in cui pietra miliare  è il capitolo sulla <<Strategia dell’Apostolato>>. Tema di fondo le parole di Wojtyla: “Non basta usare i mass media per diffondere il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa, occorre integrare il messaggio cristiano nella nuova cultura”.

Era il 1953 quando il cardinale Schuster  chiamò Taddei per affidargli le trasmissioni religiose in Tv e già l’anno successivo si recava da Pio XII per chiedergli di poter trasmettere la sua messa di mezzanotte del Natale, che fu la prima messa in televisione.

Egregio compositore musicista (è sua la Preghiera di conclusione degli Esercizi spirituali di Loyola e fu fondatore nel 1944 del coro del Cai di Padova ), fu regista vincitore alla RAI dei primi due “Primo Premio internazionale UNDA” con i reportages <<Tra gli Zingari>> e <<Alzati e cammina>> sui mutilatini di Don Gnocchi. Se a Venezia di lui è stata ricordata l’amicizia con Blasetti, Pasolini, Olmi, Fellini, nel numero speciale di Edav sono riportate lettere di Avati che gli scrive: “Lei ha compreso appieno il senso della mia ricerca, della mia voglia di Fede”.

Fa riflettere anche una definizione di lui data dall’allievo Franco Sestini:  “il suo vero insegnamento è stato di metterci a disposizione un metodo che ci avrebbe consentito di avvicinarci alla verità nelle comunicazioni interpersonali”.

In Edav colpisce - dolcissima e illuminante – la sua predica su Internet “La morte è bella” (bella perché apre all’eternità) e il consiglio che lascia a Gabriella Grasselli, per 42 anni sua assistente: “Fanciulla, comportati sempre in verità, giustizia, carità, nella libertà”.

                       Maria Luisa Bressani

 

 

 

Nazareno Taddei

il gesuita che sdoganò la Dolce vita di Fellini: da Edav 342 luglio 2006 (n. speciale per lui) ad Omaggio di Venezia a Taddei

Il Cittadino 17 novembre 2006

Pupi Avati e Lelio Luttazzi

Lelio Luttazzi. Il giovanotto matto  (titolo della musica d'esordio nel 1945) è - per i suoi 85 anni - un cofanetto con un documentario-intervista dell'amico Pupi Avati che di lui dice: "Uno di quelli che hanno portato il jazz nella musica leggera, nonché clarinettista dotato di swing" e con un libro-biografia di Adriano Mazzoletti.

Mi piace ricordarlo qui dato che Luttazzi triestino è stato per me triestina di nascita ma vissuta lontana dalla mia città come un modo di capire Trieste proprio attraverso le sue canzoni.  Per solito  un tempo ascoltavo musica mentre scrivevo, aiutava la mia creatività trattandosi un tempo di  mie ideazioni personali ed avevo una cassetta di Luttazzi  di cui amavo una canzone in particolare Ritorno a  Trieste - co' son lontan de ti Trieste mia e poi El can de Trieste.

Non solo qui aggiungo una cartolina da me messa in Album di foto di famiglia con scritti in basso versi di quella canzone che mio fratello cantava a fior di labra su treno nel '48 quando lasciammo Trieste: un vecio fogolar, due rose in un pitter, no ghe esisti un altro paradiso più splendido de ti.

XLIII Cammeo: Silvio Vignetta critica Marco Bellocchio.

Cosa so del regista bobbiese

io "bobbiese" da parte della famiglia di mia madre.

E ricordo di Tonino Bellocchio il giudice

 

    

XLIV Cammeo: 1) Mio padre e i suoi "tre moschettieri in Bobbio"

2) Sergio Luzzatto "inappropriato" sull'amore vero

ne "La Strada per Addis Abeba"

A riprova di ciò che ho scritto su Sergio Luzzatto

curatore del libro La strada per Addis Abeba 

e "inappropriato" sul vero amore

Questa pagina c'entra poco con il Cinema però qualche regista però potrebbe ritornare su quel clima di un'Italia povera ma anche epica, ben diversa da come l'hanno presentata gli storici del dopo. E non basta a nobilitare il mercato di prostitute lungo la strada per Addis Abeba come cita Luzzatto la levità con cui il reporter Poggiali descrive la "sciarmutta bella ma lurida che viene ad offrirsi"(v. p. 21 del libro), levità sconosciuta ad un camionista come Nicola Gattari. Ciò che Luzzatto non capisce è nella chiusa della mia recensione dal Cantico dei Cantici, ciò che non capisce è evidente dalle foto che allego con il volto fiero ed onesto del camionista e quella della sua bella famiglia. E si pensi anche ad una frase semplice del Gattari (e lo dico da persona che studia un documento d'epoca e senza nessuna simpatia per il Duce, uomo troppo italiano, che mi toccò studiare solo per l'esame alla Cattolica con il prof. Gianfranco Bianchi raccoglitore della prima ora di documenti sul Duce dopo la sua caduta. E prima mi era anche andata bene perché nessun professore mi aveva chiesto nulla al riguardo).

La frase di Gattari: "Ci vorrebe un Mussolini anche qui, se no povera Africa..."

Cos'è amore vero.

Fui chiamata ad intervistare una Suora dell'Asilo delle Rossello a Sant'Ilario. Compiva cento anni e l'asilo ora non è più e già allora era in fase di chiusura. Fui chiamata tramite la moglie di Adriano Sansa poi sindaco di Genova che a sua volta poi mi chiamò per dirmi alcune sue opinioni a guisa d'intervista e che abita appunto a Sant'Ilario e davanti all'asilo di allora. Il risultato fu che quando uscì l'intervista a Sansa gli abitanti di Sant'Ilario (gente "irsuta") che da tempo chiedevano una strada per le case della parte alta dove se uno sta male non può arrivare l'ambulanza e che facevano cortei sotto la casa di Sansa perché questi si era costruito una piscina interna mi fecero chiamare a loro volta "per mettermi in riga", ci fu perfino "un acculturato" che nel "processo" all'articolo incriminato mi chiese perché avessi scritto una certa parola tra virgolette e mi tenne una lezione sull'uso - secondo lui - delle virgolette.

La solita focosa piccineria umana che ora si rivolge con tracotanza a Berlusconi.

Dato che riguardo al libro di Luzzatto da cui come ho già detto si potrebbe trarre un film (come del resto dell'epistolario dei miei genitori perché danno l'idea di un'Italia di cui non abbiamo sentito parlare né ricordare nei libri di storia: un'Italia di valori e non effimeri), dato che in questa pagina ricordo il regista Pupi Avati che ha saputo girare delicati film sull'amore, quello vero, ripercorro a mente l'essenziale dell'intervista alla Suora (poi ho ritrovato l'articolo)

"Aveva un volto cordiale, inciso da rughe, tondo e pacioso. Iniziò a parlare, sconvolgendomi perché a quell'età si potrebbe trovarsi anche di fronte a chi non è più tanto in sé come mente.

La Suora mi disse: 'Avevo 17 anni, lo vidi. Era un giovane bellissimo, l'ho seguito, gli sono rimasta sempre fedele e non me ne sono mai pentita'."

Ecco, l'amore vero. Però chi era il giovane? L'unica Suora che a scuola ci hanno fatto studiare è la Monaca di Monza, quindi nell'irrompere dell'associazione di idee, ebbi il timore che la Suora volesse ricordare il primo amore infelice, magari all'origine della sua vocazione. Invece l'amore era stato da subito per Gesù con il seguire della vocazione.

Ripenso ad altre Suore intrepide, perché molto intelligenti e sensibili, che mi è capitato di conoscere da suor Giacomoni delle Dorotee, a Suor Gussoni delle Marcelline di via Quadronno a Milano per cui sognai che mia figlia adolescente potesse entrare in quella scuola nel nostro periodo milanese di famiglia. Soprattutto a Suor Luisa, delle Sacramentine cieche di Tortona che per i 50 annni dalla loro fondazione nel 1977 hanno inserito queste parole (2 Cor.4,18): "Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili ma su quelle inisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne)".

Ogni volta che passavo a trovarla era come ritrovare un'amica e sapere che mi aveva pensata ed aveva pregato per me. Una volta le dissi: "E' stato un periodo duro" e mi rispose "L'ho sentito dal colore della tua voce".

Ricordo Suor Guglielmina della Casa di Riposo S. Giuseppe in Albaro (che non esiste più) dove Gina De Benedetti passò due anni prima della fine. Quando la Suora andò a trovarla durante l'agonia, mentre io ancora m'illudevo che potesse vivere e cercavo d'illuderla, le disse: "Quel Dio in cui anche tu credi con forza ci chiede anche questo, il dolore" e Gina le rispose con un sorriso riconoscendosi nella verità.

Ripenso alle Suore spagnole che in Albaro a Genova venivano spesso chiamate per le notti di pazienti ricoverati in ospedale e come ricompensa non volevano che un cestino di frutta. Grandi Suore e grandi sacerdoti di cui mi piace ricordare qui il geuista Padre Pietro Millefiorini che fondò la scuola politica dell'Arecco prima che l'Istituto chiudesse, che organizzò itelligenti tavole rotonde su temi scottanti della nostra religione. Talvolta gli chiedevo consiglio specie quando mi mandava qualche invito per la presentazione di una delle sue iniziative. Gli dicevo: "Ma Padre, cosa posso scrivere? Per me sono solo nomi, non saprei da che parte girarmi" e lui sereno e paziente: "Potrebbe dire questo o questo..." era come vedere aprirsi quel "quadro nell'aria" che alla mia prima lezione di pittura Alberto Helios Gagliardo aveva accennato come un direttore d'orchestra per insegnarmi la via da seguire disegnando. Di recente, proprio nel metter su questo Sito ho cercato Padre Millefiorini ed ho appreso che da più di due anni non è più. L'ultima volta l'avevo visto alla Chiesa del Gesù dove vado a pregare davanti alla Madonna della Misericordia, bellissima, del Quattrocento, miracolosa.

Voglio ancora ricordare per il vero amore l'anello di Claddagh irlandese che le ragazze portano con la punta del cuore rivolta  all'esterno se sono in cerca di fidanzato, con la punta all'interno se non sono più libere e che è appunto pegno di fidanzamento. Ne ho già scritto, ma non credo che un lettore vada a scorrersi altre pagine, tutte le pagine, penso piuttosto che si focalizzi su quella che gli interessa di più, perciò lo descrivo ancora una volta. Due mani reggono un cuore e sopra c'è una corona: "Il cuore per l'amore, le mani per l'amicizia, la corona per la lealtà".

Ecco il vero amore. Cercatelo, non accontentatevi, esiste!,  e l'amore e ciò che si può costruire con esso, incluse le grandi opere della bontà, è il fine dell'uomo, il nostro fine, qui ed ora.

Articolo ritrovato, quello dell'intervista e ora lo inserisco. Ma diceva giustamente Montanelli che scriveva ciò che gli restava in testa e non si basava su appunti e constato che a me in testa e in cuore è rimasto quell'approccio spiazzante su Suor Margherita e la sua Vocazione. Allora non ho osato scriverlo sacrificando la fresca immediatezza delle sue parole a un "seriosità" d'intervista. Riparo ora.

Suor Margherita compie cent'anni.

Settimanale cattolico  23/07/1987

Uliano Lucas Lavoro, lavori a Genova

Settimanale cattolico

7 giugno 1994

Claudio Papini Ben ritrovato Ernst Ingmar! (recensione riportata anche alla pagina Autori)

“Si racconta che in altri tempi la cattedrale di Chartres colpita da un fulmine bruciasse da cima a fondo. Allora, dicono, migliaia di persone accorsero da tutti gli angoli del mondo, persone di tutte le condizioni. Attraversarono l’Europa come uccelli migratori, tutti insieme ricostruirono la cattedrale ma il loro nome rimase sconosciuto.” L’episodio è in una nota (la n.176 a p. 86/87) dell’affascinante saggio di Claudio Papini Ben ritrovato Ernst Ingmar! (De Ferrari).  Chi vuole quest’estate far qualcosa per sé, per pensare, sognare e capire, lo legga.

Bergman con la “favola vera” di Chartres raccontava come l’arte avesse perduto significato da quando si era separata dal culto, ci ricordava una “collettività creatrice capace di salvare le gioie della comunità”. Il suo è stato anche un credo scandinavo nella forza di valori condivisi che innervavano una relativa sicurezza dei rapporti sociali. “Finché lo sviluppo più intenso di forme d’immigrazione, costituite da popoli di culture del tutto differenti non la verrano scuotendo (o per più tratti revocando in dubbio)” è in proposito la riflessione dell’autore. Anzi, a fine saggio, Papini ci ricorda come “l’eternità umana di Bergman continui a sorprenderci” per la densità di significati di fondo della sua opera e come “quell’area culturale che fu un tempo periferica sia riuscita a rendersi centrale, perché un tempo fu più vicina al centro di quanto allora lo fossimo noi”.

Nelle sue opere, per lo più filosofiche (ma al tempo stesso letterarie per uno spaziare nella cultura di un’epoca), Papini connota il protagonista attraverso fatti nodali della sua vita.  Nel ‘68 Bergman,  sotto gli occhi del figlio, fu cacciato dalla scuola statale d’arte drammatica. Aveva dichiarato che i giovani allievi avrebbero comunque dovuto impadronirsi della tecnica di recitazione e questi lo fischiarono sventolando il libretto rosso. Il regista, pur consapevole che il suo lavoro non ne ebbe gran danno perché il suo pubblico era altrove,  ebbe a dolersi che solo in Cina e in Svezia i maestri fossero stati umiliati e irrisi.  Sentì il “risorgere di un fanatismo conosciuto nell’infanzia quando le idee sono burocratizzate e corrotte, quando s’instaura disinformazione, settarismo, intolleranza”. “Ben ritrovato – scrive nel titolo Papini e dà la sua interpretazione di queste parole che valgono per noi tutti nel senso del “quanto è attuale quest’uomo” (che ha girato film dal tempo di guerra con “Spasimo” nel 1944 al 2003 di “Sarabanda”),  o anche per come ci sembra simile, oggi, quel clima intollerante.

Come tutti quelli di Papini questo è un alto libro politico. Ad esempio, citando il film “Ciò non accadrebbe qui”, osserva: “E’ impensabile che in un paese d’Europa non controllato dall’URSS si dovessero fare solo film antifascisti”. Osserva: “Si possono fare film di destra o di sinistra del tutto riusciti e così altrettanto film antifascisti e anticomunisti di valore”. In questa serenità, un motivo in più per leggere.

L’analisi si svolge su due piani: sui grandi temi, scandagliando i film in sette capitoli, e su Bergman, uomo ed artista nella sua solitudine, aristocraticità e fantasia.

Sul primo versante ecco il teatro come arte politica, un equilibrio tra atteggiamento cristiano e pagano, il paradosso del male nella creazione divina, il perché arte e filosofia non trascinino le masse al contrario di religione e politica. L’indagine sul rito (risalendo al teatro greco), su fiaba, su esoterismo e sull’esoterismo nella cultura ebraica, sulla psicoanalisi che si affermò dal dopoguerra al 1968 (anni del suo grande cinema); sui sogni degli uomini che riflettono lo spirito del tempo. Tutti questi non come temi slegati ma per far emergere una comune attinenza al mondo del perturbante.

Per Bergman uomo vale una sorta d’identificazione con il “buffone” che ride e deride ma è anche “colui che cerca Dio”,  e l’analisi su “amore dell’artista” che è sacrificio di sé ed egoismo verso altri della famiglia. E ancora Bergman, figlio di una Svezia neutrale dal tempo del Congresso di Vienna (1814/15), che sa vedere la guerra per le sue conseguenze come nel film “La Vergogna”. Bergman, il primo a darci una vera psicologia femminile:“le donne custodi di vita (nel riprodurla) avvertono il lato misterioso di ciò che è prima e oltre la vita”. E ancora Bergman che nel 1966 incontra a Roma Fellini e sogna di realizzare un film come i suoi. Il segreto d’artista forse in queste sue parole: “Quando si è artisti bisogna non essere logici ma incoerenti. Se si è logici la bellezza scompare dalle tue opere. Dal punto di vista delle emozioni bisogna essere illogici, è proibito non esserlo”.

                              Maria Luisa Bressani

 

 

Questo libro del professor Papini riporta spezzoni riguardanti la scuola e certe devastazioni della contestazione del '68  ma dato che il libro inizia con l'intenso ricordo dell'incendio della Cattedrale di Chartres ho la fortuna (avendola visistata) di poter premettere queste due immagini: una dell' Angelo di bronzo  (Ange de bronze du chevet del XIX secolo) sopra la Cattedrale che è anche un angelo "girouette" sul piedistallo e poi di fianco un'immagine delle vetrate basse riguardanti la leggenda di Saint Julien l'Hospitalier che non ha corrispondenti nella liturgia né nell'iconografia di quel tempo. La leggenda romanzata del parricidio ispirata a racconti orientali,  deve aver sedotto molti poeti itineranti prima di trovare nelle vetrate la sua traduzione in immagini. La leggenda ritrovata narra attraverso le vetrate che Julien è tanto apprezzato dal signore presso cui è stato mandato in modo da scongiurare la terribile profezia  da esser da lui nominato suo erede. Quando questi muore Julien si sposa e parte per la guerra, ma al ritorno non sa che i suoi genitori sono venuti ad abitare nel suo castello ed aprendo la porta della stanza matrimoniale vedendo due persone nel letto crede ad un tradimento della moglie e  uccide i genitori lì addormentati. Uscito dal castello trova la moglie, scopre l'atroce verità e parte con lei in pellegrinaggio per espiare il suo delitto finché costruiscono un hospital, luogo di sosta e d'accoglienza per altri pellegrini.  Una notte gli appare Cristo che gli fa passare una forte febbre ed è il momento del perdono. Nella trentesima vetrata la morte dei due sposi.

La Cattedrale subì diversi incendi, il primo nel 753 dai barbari, poi la cattedrale è distrutta dai Vichinghi  nell'858 e subito riscostruita, brucia ancora nel 1020, 1134, 1194, ma nel  1221  la cattedrale di Chartres è ormai ricostruita e la maggior parte delle vetrate appartengono a questo periodo: sono state fatte in meno di un quarto di secolo.

Arrivare a Chartres a fine primavera, in giugno è vederla emergere sulla sua collina da una valle tutta d'oro per i campi di colza: un'immagine indimenticabile.

Quanto all'Ange girouette in Francia il più famoso è quello di Reims: gustatevi questo racconto di storia che si fa leggenda e non saremmo figli della cultura occidentale senza fare almeno una volta nella vita un viaggio per le Cattedrali d'Europa!

Paolo Rinaldi Gli Angeli sopra Reims

Il Sole 24 Ore 22 agosto 1999 

Segnalo sul Giornale una recente intervista più bella della mia per i suoi 5o anni di matrimonio: di Maurizio Caverzan,  "Pupi Avati: il vero scandalo oggi? E' un matrimonio che dura mezzo secolo" Il Giornale 27 dicembre 2013

e quindi mi permetto d'inserire un mio ricordo della moglie di Dario G. Martini che conobbi quando ero ancora bambina e che ha vuto un bel matrimonio

Foto che fanno la storia: 1) Kim Phuc la bimba simbolo

della sporca guerra vietnamita - 1972-

2) Francesco Leoni scatta la foto dell'omicidio di Alessandro Floris da parte della XXII Ottobre, inizio anni di piombo genovesi

 

Non vorrei dire un'eresia: Questa è una domanda che giro a chi dei lettori sappia rispondermi, non sapendo come raggiungere Uliano Lucas: venne una volta all'Università cattolica alla SSCS su invito del prof. Gianfranco Bianchi che lo presentò a noi allievi in modo splendidamente umano raccontandoci un po' della sua storia di quando il futuro suocero non lo avrebbe gradito come genero dato lo strano mestiere che faceva, mentre poi Uliano divenne famoso.

Mi par di ricordare (ma non vorrei dire un'eresia) che egli affermasse tale foto dove si vede la bimba  in fuga bruciata dal napalm fosse stata un fotomontaggio.

Anzi mi è capitato già, proprio mettendo su questo Sito, di constatare quanto la mia memoria nel tempo abbia subito "accartocciamenti": è come un foglio spiegazzato in cui alcune parti rimangono coperte e altre sono sfuocate, per cui inesatte.

Ho tra le mani un bellissimo libro edito Banca e Fondazione Carige e Camera di Commercio: "Francesco Leoni e il fotogiornalismo" Istantanee per una storia dove è narrata la vita lavorativa di questo fotoreporter dal 1937 quando iniziò. Le foto del libro partono però dal 1932 per arrivare al 1966. Sua la drammatica foto dell'assassinio di Alessandro Floris da parte del grupppo terroristico XXII Ottobre e accompagnata da questa didascalia: Uno scippo, all'apparenza banale, che tra un momento si trasformerà in omicidio. E' il terribile atto d'avvio, nel marzo 1971, degli anni di piombo genovesi.

Non avevo mai visto questo libro fino ad oggi 24 gennaio 2014 ed è questo fotoreporter di cui non ricordavo che il cognome Leoni e ricordavo d'aver letto sui giornali della donazione del suo archivio alla Città di Genova  che mi ha scattato la foto che ho voluto inserire nella home page sentendola veritiera (non amo esser fotografata) anche se di anni addietro dato che la misi per la presentazione al mio racconto vincitore del Trofeo Sìlarus, I Premio per la narrativa: Le fragili ali della Libertà  Battipaglia 10 aprile 1982. Ero andata presso lo studio di Ada Peiré e lì per caso invece di Ada c'era il Leoni a sostituirla che me la scattò a sorpresa facendomi parlare in quanto diceva che se no non mi ponevo naturale all'obiettivo. Me lo ricordo proprio così come in questa istantanea che ho affiancato ad una della sue foto più note e drammatiche: una foto che fece capire come attraverso l'immagine si potsse veicolare vero giornalismo, la presa diretta sulla notizia e sull'attualità.

Giampiero Mughini ricorda Piergiorgio Bellocchio

su Panorama 25 giugno 1998

Carla Valentino recensisce il libro sul Cinema di Bellocchio di Patrizia Caproni Il Giornale 6 giugno 2010

Il cammino provvidenziale della Storia:

1954 Trieste torna all'Italia

Egisto Corradi intervista Nguyen Ngoc Poan capo della polizia a Saigon nel 1968 Il Giornale 12 settembre 1982

Carlo Mazzarella su La "Statua della Libertà" 1986 citazioneda Scrittrici di M.L.Bressani

 

Questa foto è tratta da Trieste 1954 di Ugo Borsatti altro grande fotoreporter che però ha operato nella mia città natale e che ha poi donato il suo archivio alla Città di Trieste. Borsatti con la collana Il Filo della Lint dove sono state edite anche le Lettere dei miei genitori ha pubblicato Trieste 1953, i fatti di novembre e quel testo già edito quando anch'io pubblicai con questa Casa Editrice,  che è una riprova della crudeltà e della protervia dei partigiani titini: Croazia 1944, diario di guerra di un diciassettenne.Il libro da cui è tratta la foto è stato edito dalla LINT nel 2004 quindi per i 50 anni dal ritorno di Trieste all'Italia ed in questa piazza si vede il cammino provvidenziale della Storia. Non a caso, Fulvio Mohoratz fiumano e che ha ricoperto varie cariche prestigiose per l'ANVGD -associazione nazionale  profughi giuliano dalmati - una volta mi disse: "fortunata lei che è nata in una città che ha potuto tornare ad essere italiana!". Ditemi, pur se Piazza dell'Unità a Trieste non è immensa, quando mai avete visto una tal ressa di teste come di un formicaio della gente che esultava per quel ritorno? E' la gente, il popolo, che decreta con il suo entusiasmo il perché una scelta storica sia la migliore, quella agognata, amata. La gente va verso la Libertà!

Torno sempre sul cammino provvidenziale della Storia ad un'intervista di Egisto Corradi su Il Giornale, domenica 12 settembre 1982: "Alla ricerca delle ciatrici della guerra del Vietnam negli Stati Uniti di oggi. Parla l'ex capo della polizia Loan" e, se questo è il titolo dell'articolo, la foto d'apertura è quella di Kim Phuc in fuga dalla bomba al napalm. Corradi intervista Nguyen Ngoc Loan capo della polizia nazionale a Saigon nel 1968 quando in tutto il Vietnam ardeva la grande offensiva comunista del Tet, ma nel 1982 vivente a Burke ad una trentina di chilometri da Whashington dove allora gestiva un ristorante, l'unico allora della zona.

La domanda che il giornalista gli rivolge, l'ultima domanda dopo che Loan ha detto che nei limiti dle possibile aiuta l'associazione nata tra i profughi per dare appoggio alla resistenza contro i regime comunista in Vietnam, è questa: "Secondo lei sarebbe stato possibile per gli Stati Uniti vincere la guerra in Vietnam?" "Fino ad un certo momento sì, oltre quel certo momento no. Quel momento è arrivato quando in America non si è più voluto saperne di soldati che morivano in Vietnam; da quando anche la notizia del ferimento di un solo soldato diventa qualcosa di intollerabile. Queste cose e molte altre un giorno le scriverò, forse. So parecchio, molto. Ma adesso non ho tempo, il lavoro non mi permette di respirare".

In parallelo a me viene in mente quando dopo i primi anni della nostra ultima guerra, di fronte a morti e distruzioni la giovane generazione che si affacciava alla maggior età d'improvviso si trovò con altri ideali, con l'insofferenza verso il mondo e la mentalità che aveva portato a tanta devastazione. Vedere in proposito Missione Nemo alla pagina "Politica: Sinistra, Destra". Ma c'è un fatto forse più importante che è alla base di tutto: la gente vuole viver bene, star bene, vuole libertà e in questo senso il cammino della Storia s'indirizza verso chi come Paese può offrire queste cose o questi miti.

Dal mio saggio su Oriana Fallaci incluso in Scrittrici del '900 italiano stralcio questa riflessione sulla Statua della Libertà, definita da taluni intellettuali (sempre quelli del tipo Micromega) mentre fervono i festeggiamenti per il suo centenario "matrigna crudele dell'emigrante". Ma in quel momento si eta già registrato l'esodo dei profughi vietnamiti verso verso sud, verso le terre libere, fuggendo dal comunismo aggressore, da quel "paradiso comunista" del nord. E un articolo del giugno '86 sui profughi viet ad Hong Kong tratto da The Observer metteva in risalto come quei profughi fossero quasi tutti contadini o pescatori ignoranti del nord, cui nel campo profughi era stato assegnato per ogni nucleo familiare un colombaio con a mala pena un letto a due piazze, con un'infinita monotonia d'esistenza e totale mancanza d'intimità, però tutte queste persone avevano preferito questa libertà coatta all'asservimento totale. In alternativa avrebbero avuto il gulag, un campo che ti cambia la personalità e nessuno può accettare di diventare alro da sé e dalle sue radici. E a proposito della polemica sulla Statua della Libertà Carlo Mazzarella, giornalista buon conoscitore di cose americane commenta:

 

 

Giuliano Montaldo e Guido Artom: "Perché raccontare?" - Provincia di Genova 4 maggio 1993 e presentazione Adei e Apai

"Perché raccontare?": Giuliano Montaldo e Guido Artom

Durante le manifestazioni che la Provincia ha organizzato per rendergli omaggio, Giuliano Montaldo, il regista di Giordano Bruno, Sacco e Vanzetti, L'Agnese va a morire, Marco Polo, ha espresso concetti illuminanti sullo specifico del film. Tra l'altro: "Un film è una fiaba, o un racconto duro e provocatorio, che deve far riflettere. Se in questi ultimi tempi nei giornali esteri le prime pagine erano occupate da fatti italiani amari, bastava guardare in quelle interne, dove si parlava dell'Oscar per la carriera a Fellini, di Mastroianni premiato come attore, di giovani registi italiani ben apprezzati. Quindi la cultura vince.

"Per giungere a questa evidenza di risultati le strade sono diverse. Marco Polo non fece niente, però ha guardato, si è incantato. Ha raccontato la sua stupefazione. La sua avventura di stupefazione non cessa di parlarci. C'è dunque chi viaggia per icontrare e conoscere come ho fatto io e chi come Fellini non si è mai mosso, viaggiando però con la fantasia. Il problema vero resta raccontare e credere in quello che si racconta".

Sulla stessa lunghezza d'onda (l'importanza del racconto, indipendentemente dal mezzo espressivo) è stato il commento di Paolo De Benedetti a I giorni del mondo di Guido Artom, uno spaccato sulla sua famiglia ebrea, ad Asti nell'Ottocento.

De Benedetti, docente di Giudaismo alla Facoltà di Teologia di Milano e di Antico Testamento all'Università di Urbino, ripresenta tale libro, edito da Longanesi nella collana Shalom, di saggistica e filosofia, che dirige per la Morcelliana di Brescia. Il professore ha spiegato il perché della scelta anomala. "Leggere un romanzo è guardare da una finestra dentro una casa ebraica. Incide di più di un trattato. Inoltre conobbi Guido Artom: un uomo di tal sensibilità che non poteva finire la sua vita se non scrivendo un libo sulle sue origini e sul futuro dei figli".

Parole queste che danno il significato profondo di "cos'è un racconto?". Per spiegarsi meglio De Bendetti ha citato "Le grandi correnti della mistica ebraica" di Scholem (Il Melangolo Edizioni), dove l'autore introduce il seguente racconto asserendo di averlo avuto da Agnon, ebreo-israeliano di origine polacca, Nobel nel '66.

Quando il rabbino Israel Baal Shem Tov, fondatore del Chassidismo, voleva ottenere qualcosa di straordinario, andava in un bosco, accendeva un fuoco, diceva una preghiera e la cosa accadeva. La seconda generazione non sapeva più accendere il fuoco, la terza non conosceva più la preghiera, la quarta ignorava cosa fosse il bosco, ma -ricordando!- riusciva a far avvenire l'evento. "Non sappiamo più -ha concluso De Benedetti-, ma possiamo raccontare tutto.  Solo se il racconto s'interrompe, i morti muoiono davvero. Il racconto è un atto di pietas".

Il libro di Artom è stato presentato nella sede di due associazioni: l'Adei (per le donne ebree-italiane) presieduta da Lelia Finzi Luzzati e l'Apai  (per l'amicizia italo-israeliana) presieduta da Franco Bovio.

E' stata una rievocazione di luoghi della piemontesità  ebraica e un ricordo di ebrei discendenti da quella comunità che vi trovò la sua "terra" nel senso di patria: Arnaldo Momigliano, Natalia Ginzburg, Primo Levi, Carlo Arturo Jemolo, Augusto Segre. E' stata un'immersione nella Storia. Isacco figlio di Raffaele Artom, protagonista del libro insieme a Zaccaria Ottolenghi, fu segretario di Cavour e senatore. Un'occasione anche di memoria per la scuola ebraica di Asti, retta da rabbini come i Tedeschi e  i Terracini.

                             Maria Luisa Bressani

 

 

 

 

La vita intensa. I racconti di Vivien Leigh

di Massimo Morasso

La vita intensa – I racconti di Vivien Leigh (Editrice Le Mani) è un libretto  “esile e dolente” come l’autore Massimo Morasso definisce la protagonista, indimenticabile Rossella in Via col Vento, donna complessa ed erotica in Un tram che si chiama desiderio. Nella sintetica brevità è denso di contenuti così da arricchirci in modo inversamente proporzionale alla lunghezza. Il “dolente” si giustifica con ciò che racconta della vita di Vivien, affetta fin dall’adolescenza da Tbc (e che morirà precocemente per una lesione polmonare), affetta da crisi maniaco-depressive che la portarono a ricoveri in una clinica per malattie mentali.

Il primo tema di riflessione è su un amore da mito che sappiamo si concluse amaramente perché Vivien e Olivier Laurence, grande interprete di Shakespeare (e non solo), si amarono assai ma si separarono dopo vent’anni di matrimonio e quattro di convivenza. Fin dalle prime pagine assistiamo alla cronaca del disamore cui fanno seguito sei racconti cui Vivien, pur intensa scrittrice di lettere, non  mise mano, ma Morasso, immedesimandosi in lei, le attribuisce.

L’autore per cui “l’anima è sempre abitata da qualche potenza buona o cattiva” sostiene che Vivien converrebbe con lui se dice che “le anime non sono malate quando sono abitate, ma al contrario quando non sono più abitabili...” Un sentimento di condivisione il suo oltre la malattia mentale, per capire la visione di vita dell’attrice e che la fa rivivere per noi.

Il disamore è così registrato da Gina Guandalini, biografa di Vivien. Olivier le “resistette accanto, impotente davanti ad una malattia feroce e incurabile, privato del sonno e a volte anche della dignità”. Parole che si spiegano con il tradimento da parte di Vivien come è adombrato nel racconto “Una notte d’amore”. Olivier per lei abbandonò la moglie e un figlio, poi la lasciò per la giovane attrice Joan Plowright da cui ebbe altri figli. Conclusione della biografa: “Quelli che li conoscono entrambi sosterranno sempre che un altro uomo avrebbe gettato la spugna anni prima”.

Nel libro la personalità di Vivien si completa a tutto tondo nell’adolescenza un po’ ribelle, nell’incantamento per Olivier raccontato in “Dovrebbe esserci stato amore”, nelle sue passioni: per i suoi animali (tutti neri come il labrador Jason e Poo-Jones, il felino preferito), per la sua casa di campagna. Nelle amicizie: l’amicizia con Churchill, l’ammirazione per lei attrice di George Bernard Shaw, l’amicizia con Noёl Coward, autore anche della spumeggiante commedia Spirito allegro, trasmessa dalla nostra Tv quando ancora esisteva il teatro fatto  in Rai.

Morasso ha saputo così ben immedesimarsi perché ha un lungo apprendistato di saggista sensibile e si è cimentato con i grandi visionari Rainer Maria Rilke, Cristina Campo, William Butler Yeats, Ezra Pound.

                              Maria Luisa Bressani

 

 

 

 

“Quando Dario G. Martini scriveva per noi si sentiva il cuore di lei dietro ogni articolo”, sono parole di Massimiliano Lussana nel chiedermi un ricordo, perché la conobbi personalmente, di Maria Luisa Uva stroncata da una crudele malattia. Insieme per 45 anni suo marito, scrittore di teatro e critico che su Il Giornale teneva la rubrica "Il ridotto del diavolo", così la ricorda. "Per la sua mentalità tutta opposta alla mia, lei razionale e con una formazione scientifica, io emozionale, ha saputo ispirarmi, pungolarmi. Discuteva con me con assoluta sincerità di critica. Mi ha sempre accompagnato alle prime dei miei spettacoli in giro per il mondo; ricordo la sua gioia quando Studio 13 fu rappresentato a New York ed una giornalista definì il testo così bello da sembrare di un americano. Di recente ad Imperia giovani studenti hanno rimesso in scena La signora dell’acero rosso: quando tornai dalla prima gli occhi di mia moglie, che era malata da tempo e non si alzava più da letto, brillavano di gioia per me. Lei era sempre disponibile, voleva esser utile."In Qualcosa comunque, mio primo testo premiato nel 1962 con il Riccione, sostenevo che se la vita non ha un senso bisogna darglielo e qualcosa di noi sopravvive sempre, ma ora senza Maria Luisa tutto si disfà. Mi sembra che mi sia stato tolto ingiustamente, a 86 anni, ciò che mi era più prezioso. E sono arrabbiato per come trattano la gente che muore. E’ uno scandalo affacciarsi alla soglia dell’obitorio così com’è. Mia moglie era laica ed ha voluto esser cremata in modo che le nostre ceneri possano un giorno essere disperse insieme in mare". Martini è triste, ma sa che sua moglie è con lui nei pensieri e nel cuore. Souffles, una poesia dell’africano Birago Diop, dice consolatoria: "Ascolta nel Vento il Cespuglio che singhiozza:/... Quelli che sono morti non sono mai partiti/ i morti non sono sotto la terra/ sono nell’Albero che freme/ sono nell’Acqua che scorre/ sono nell’Acqua che dorme".I suoi nonni materni erano nati a Vienna e a Budapest, la mamma conservava una grazia austroungarica, una signorilità affettuosa che ha trasmesso alle figlie. Maria Luisa ha insegnato chimica mentre sua sorella minore Bianca Maria Uva, vedova Ghiani, è docente di anatomia comparata. La mentalità scientifica delle due sorelle viene dal padre Pasquale, pugliese ed insegnante di matematica. E’ stato mio professore (lezioni private) e ricordo quando descrisse, ammirato, la prima Cinquecento: “una macchinina che passava sotto i camion sgusciando dall’altra parte”. Anna, la mamma di Maria Luisa, morta poco tempo fa a 98 anni, e la signora Astuni erano le amiche più care di mia madre. Di Maria Luisa ricordo quando venne a trovarci un pomeriggio d’estate ai Bagni V Maggio nello splendore della sua giovinezza e del suo sorriso.

                                                                                Maria Luisa Bressani

Maria Luisa Uva moglie di Dario G. Martini: un bel matrimonio basato su comprensione reciproca ed intelligenza di vero dialogo tra sposi

Da Bobbio alla Festa del Cinema a Roma Il Giornale 2 novembre 2007

Mostra Foto Elio Luxardo Il Giornale 12 marzo 2010

Il giornalismo come stare nella Storia e capire di più

(quindi il giornalismo come mestiere più bello al mondo):

1) Ortona parla all'Ucid sulla Perestrojka -1990

2) Ilario Fiore al Cida racconta Tien-an-men -1991

L'ambasciatore Ortona parla al'Ucid sulla Perestrojka Settimanale cattolico 26 marzo 1990

Nella preziosa sala del Consiglio vecchio a Tursi, su invito dell'Ucid (unione cristiana imprenditori dirigenti), l'ambasciatore Egidio Ortona ha parlato sul tema d'attualità "Dalla guerra fredda alla perestrojka".

Piemontese, 80 anni, una carriera diplomatica iniziata dopo la laurea in legge con tappe il Cairo, Johanesburg, Londra, la Dalmazia, gli Stati Uniti dove arrivò nel '44 con la prima missione economica itlaiana, Ortona divenne ambasciatore presso l'Onu dal '58 al '61, direttore degli affari economici del nostro Ministero degli Esteri, ambasciatore d'Italia dal '67 al '75 presso il Governo Usa.

Al di là delle notizie di un pur eccezionale curriculum, proprio le parole del presidente dell'Ucid, Nicola Costa, hanno focalizzato tre aspettidella personalità dell'oratore in relazione alla vita italiana e genovese. "Il nome di Ortona - ha precisato - si lega alla ricostruzione della flotta mercantile, in quanto come ambascaitore ha fatto sì che gli americani le assegnassero i famosi 'liberty'. L'ambasciatore poi, che di recente ha lasciato dopo otto anni la presidenza degli armatori italiani, appare un testimone e protagonista degli avvenimenti della nostra epoca. E' una delle persone più indicate per legare presente e passato, per capire l'interdipendenza e la globalità dei fatti odierni. Un'altra tappa prestigiosa del suo coinvolgimento nella politica mondiale è costituita dalla sua attuale presidenza dell'Ispi (Istituto per la politica internazionale)".

Per entrare, dopo questa presentazione, nell'argomento della conferenza, Ortona ha ravvistato un periodo di coesione e di tranquillità per l'Europa, anni di riposo politico pur nella continua disputa, proprio nella guerra fredda con la contrapposizione dei due blocchi Usa-Urss, fase cui ha fatto seguito un'accelerazione degli avvenimenti. L'ambasciatore ha voluto sottolineare come sia doveroso rivolgere un pensiero di apprezzamento a Reagan, alla sua fermezza nella politica delle cosiddette guerre stellari, perché senza di lui non ci sarebbe stato (per dire con parole sue) "questo fenomeno straordinario che è Gorbaciov".

Ha voluto anche riprendere un concetto espresso da Nicola Costa, quello di un disegno più che umano a muovere avvenimenti così inaspettati dell'odierno disgelo politico. Questa tesi, che oltrepassa l'umana portata cognitiva, è riemersa nel dibattito vista da una diversa prospettiva. L'avvocato Gianni Vitale infatti ha puntualizzato sia l'importanza dell'agire cristiano (il corpo mistico), i cui fatti determinano il percorso dell'uomo, sia - l'importanza  - come evento religioso - del Papa polacco.

Dopo aver suscitato questo grande interrogativo su un disegno divino, che ha allargato un'ala di mistero sulla storia contemporanea, Ortona ha illustrato cosa intendiamo oggi per Europa, quali sono i problemi da risolvere. Ha tracciato in sintesi un quadro degli stati e degli schieramenti, sottolinenando le incognite. Tra queste la preoccupazione per la Yugoslavia, la situazione incandescente dei paesi baltici, dove la richiesta d'autonomia va dominata evitando spargimenti di sangue e sostenendo Grobaciov, le cui difficoltà interne sono fonte di estrema preoccupazione e i cui successi soni soprattutto sul piano internazionale.

Per il lettore si può ricordare in breve che l'autonomia venne riconosciuta nel '18 da Lenin con il Trattato Brest-Litovsk, fu poi barattata tra Hitler e Stalin e di recente è stata implicitamente riconosciuta dal Soviet supremo dell'Urss, dichiarando decadute le clausole del Patto Ribbentrop-Moltov del '39.

Tra i punti nevralgici d'Europa, Ortona ha ricordato la panoplia di Paesi (Polonia, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia) che vanno verso mete importanti per la loro sopravvivenza. Rapportandosi ai 170miliardi di dollari distribuiti dall'America dal '47 al '57 per salvare l'Europa dalla fame, oggi bisogna calcolare un aiuto di 20/25miliardi di dollari da erogare per una decina d'anni per l'aiuto di questi Paesi. Per tale ragione anche se a suo avviso è ancora utile una leadership americana tra tante parti d'orchestra (Comunità europea, Alleanza atlantica, Paesi che hanno lasciato il comunismo e si buttano nel capitalismo), tuttavia nello sforzo siamo chiamati tutti a rimboccarci le maniche come Comunità europea e come Stati membri. Inoltre le elezioni nei Paesi dell'Est europeo possono aprire ad una collaborazione: sotto il profilo isituzionale l'art. 138 del Trattato di Roma prevede che ci siano associazioni e nei prossimi mesi potremo intensificare i nostri rapporti.

Nella nostra Europa però anche per Ortona il problema principe resta quello tedesco. Se a luglio si risolvesse, pur con gran sacrificio di quella occidentale, l'unità monetaria delle due Germanie - non bisogna dimenticare che il marco tedesco ha avuto parte avanzata nel sistema comunitario europeo -, si galopperà verso l'unità. Tuttavia la collocazione della Germania (80 milioni di abitanti, una grande potenza produttiva, che deve situarsi tra Nato e Comunità) non deve far passare in seconda linea il problema dell'integrazione europea. Dovrebbe esserci l'affermazione della cultura della convivenza, fermo restando che il trattato per la cooperazione prevede inviolabilità delle frontiere.

                    Maria Luisa Bressani 

Ilario Fiore al Cida racconta Tien-an-men Il Giornale 10 novembre 1991

Da Budapest a Tien-an-men, conferenza di Ilario Fiore-

Al Cida (Club Dirigenti d'Azienda). Ilario Fiore che, come inviato speciale corrispondente dall'estero, sostiene di aver percorso 32 volte il giro del Mondo e che ha visto scoppiare 6 Rivoluzioni, ha raccontato la sua avventura giornalistica.

Iniziò per mare, 46 anni fa, quando per la sua conoscenza delle lingue fu scelto per accompagnare un folto gruppo di ebrei, scampati all'olocausto. Da Capo Vado su una nave guidata da un capitano di lungo corso, fratello di Pertini, partirono senza permessi, di notte, a luci spente, per approdare ad Haifa. Su quel viaggio Otto Preminger girò nel '61 il film Exodus.

L'avventura del giornalista si è da poco conclusa sempre per mare, con lo sbarco a Bari dopo 11 anni di Cina. Dopo esser stato testimone diretto della resistenza di Piazza Tien-an-men, molto meno sanguinosa - a suo avviso - di quella di Budapest, dove però non c'era la televisione.

"L'insurrezione degli studenti - ha detto - è stata strumentalizzata dalle nostre parti politiche, ma non è stata capita. Non si pensa ai 10 anni di perestrojka cinese che l'hanno preceduta. Si è esaltato il giovane, che ha fermato il carroarmato, dimenticando che il carrista è stato processato per non avergli sparato. Si dimentica che uno degli studenti ribelli, quando si rifugiò in campagna dalla sorella, fu  da lei denunciato  per paura.

Crediamo di poter insegnare i nostri diritti civili - ha sottolineato - senza renderci conto che se i cinesi avessero la libertà di passaporto, l'Occidente sarebbe travolto da un'onda immane di profughi.

Dei 12 libri scritti, Fiore che è stato a lungo a Mosca ha voluto ricodare quello su Beria Lavrentij, lo spietato georgiano che nel '38 divenne vicecommissario della nuova polizia sovietica e, alla morte di Stalin, fu associato in una sorta di triarchia con Malenkov e Molotov. Erano i primi anni settanta, il giornalista veniva tacciato di fascismo e nel mondo della carta stampata risultava sgradito alla intellighenzia che ruotava intorno all'Editore Einaudi. Il libro fu presto fato scomparire dalle librerie. Ora si prende la rivincita, uscendo in russo.

Ma come ci vede oggi, nella nostra quotidianità, questo esperto di problemi mondiali?

Di fronte ai dirigenti liguri d'azienda si è dichiarato pessimista sull'Italia cicalona, con un debito pubblico che colerebbe a picco ogni azienda privata, con concorsi dove migliaia di giovani aspirano a pochi posti di lavoro.

Un Paese messo in crisi da due/tremila albanesi, quando un esodo biblico di profughi dall'Est e dal Nord Africa sta per riversarsi sull'Europa da qui al Duemila (ed è, lo constatiamo oggi, problema quanto mai pressante, irrisolto).

Queste verità sono state dette da uno che se ne intende, ma forse anche il giornalista in tanti anni lontano dall'Italia ci ha un poco persi di vista. Per non portare che un esempio la foto del ragazzo cinese che ferma il carroarmato costituisce la copertina del primo numero de "La nostra proposta", rivista del MoVi, movimento che collega le associazioni e i gruppi italiani di volontariato. E i volontari sono la sfida della solidarietà a questa nostra società che sembra atomizzata, individualista e inferiore alla civiltà orientale. 

                Maria Luisa Bressani

Il MoVi e il fondatore Luciano Tavazza nel 1978

Come ho sopra ricordato la foto del ragazzo che ferma i carri armati a Tienanmen costituisce la copertina del primo numero de La nostra proposta rivista del MoVi movimento fondato nel 1978 da Luciano Tavazza (e coordinatore degli altri movimenti di volontariato). Ebbi la fortuna di conoscere Tavazza ad un convegno di cui era relatore insieme al rettore Lazzati tenuto all'Università cattolica. Gli chiesi poi dato che aveva parlato della gratuità del volontariato perché mai ci fosse una funzionaria del Comune di Genova che distaccata presso la Comunità di San Bendetto al Porto di don Gallo percepiva doppio stipendio. In Comune avevano giustificato così: "fa il tempo pieno presso la comunità e  si deve mantenere".

Trovo però ora su Internet un articolo dedicato a Tavazza (anche dirigente in Rai)  dall'Associazione  che porta il suo nome: Luciano Tavazza e il primato etico della solidarietà, pubblicato il 30 settembre 2010 a dieci anni dalla morte avvenuta il 30 parile 2000. Vi si afferma: ..."Quanto può essere dirompente e profondamente politica la gratuità che non è solo fare qualcosa per gli altri senza denaro ma è farsi carico responsabilmente e gratuitamente della convivenza umana.... In pratica è la sottolineatura del primato etico della solidarietà rispetto alla sfera dell'utile".

Ricordo una volta Tavazza presente insieme a Bianca Costa per organizzare aiuti per  l'Africa attraverso una ong e dovendo scrivere l'articolo mi trovai a fare insieme a loro un girotondo con le mani intrecciate ad altri volontari: è qualcosa che ancora mi illumina ripensandoci.

Sempre in quell'articolo su Internet si osserva come"il richiamo di Tavazza alla Costituzione Repubblicana non fosse per una carta da ricordare e incorniciare ma un impegno per il raggiungimento di quella costituzione morale dei diritti e doveri che essa presuppone".

Non mi pare che Napolitano ne abbia mai parlato così bene e con questa sottolineatura.

In un articolo sul Giornale (15 maggio 2014)a cura di Roberto Festorazzi per i 25 anni della protesta di Pechino nella piazza Tienan men si ricorda il giornalista Enzo Pifferi che scattò allora 4mila foto me non le pubblicò perché tornato in Italia si rese conto che pubblicandole avrebbe potuto nuocere ai rivoltosi facendoli identificare dai "macellai cinesi". La carneficina all'alba del 4 giugno quando i mezzi pesanti dell'esercito irruppero nella piazza si stima dai 3mila ai 12mila morti, un numero mai accertato con verità.

Pifferi per la sua non pubblicazione, cioè per aver "bucato" la notizia che è la vergogna più grande che ci si possa sentire imputare in una redazione dal proprio capo, ottenne - giustamente - la Grolla d'oro per una mancata comunicazione.

 

Credo che i momenti dove ho sentito o visto accadere la Storia siano stati:

1)il 1956 di Budapest: carriarmati contro studenti e io ragazzina ebbi il battesimo della democrazia e della sopraffazione in quella notizia,

2) Tienammen di nuovo uno studente contro i carri armati

3) Eltsin epico sul carroarmato decretando la fine dell'URSS dell'oppressione

Marcello Veneziani ricorda Tienanmen Il Giornale 6 giugno 2014

 

      
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